Il debito Usa e la lezione ignorata dalla politica italiana. L’analisi di Polillo

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Il prossimo 31 agosto si vedrà se il debito pubblico degli Stati Uniti, secondo le previsioni del Joint Economic Committee, avrà raggiunto la fantastica cifra di 40.000 miliardi di dollari. Un record mai visto prima. In termini di Pil quella livella ha già superato il 120%. Calma e gesso: direbbe un analista italiano, considerando la dinamica del debito nostrano: 3.200 miliardi lo scorso giugno. Oltre il 137 per cento all fine dello scorso anno ed ancora in crescita. Ma gli Stati Uniti non sono l’Italia. Un loro semplice raffreddore può alimentare una polmonite planetaria.

Preoccupazioni giustificate, quindi. Anche perché il trend ascensionale del debito pubblico americano è un fenomeno relativamente recente. Era rimasto pari al 60% del Pil, fino al 2008, per poi salire gradualmente fino a raggiungere il 100% alla fine del 2019. Infine la grande epidemia di Covid aveva rotto gli argini. Un balzo di quasi 20 punti e il tracciamento di un nuovo trend. Da allora variazioni marginali lungo quella linea di tendenza. Grande attenzione quindi al deficit di bilancio che è uno degli elementi chiave della crescita del debito. Contrastato o supportato dalla dinamica del Pil nominale, che agisce in senso contrario, e da quella degli interessi sullo stock che opera per allungarne la corsa.

In questi ultimi mesi il deficit mensile è progressivamente aumentato. A luglio è balzato all’impressionante cifra di 432,3 miliardi di dollari, segnando un drammatico incremento del 48% rispetto all’analogo mese del 2025 e riportando il disavanzo ai livelli massimi dal marzo 2021, epoca in cui l’economia americana era ancora profondamente segnata dagli straordinari stimoli fiscali legati all’emergenza pandemica. Nei primi dieci mesi dell’anno fiscale (iniziato tradizionalmente il primo ottobre) il deficit ha sfiorato i 1.800 miliardi di dollari superando ampiamente il dato del corrispondente periodo dell’anno precedente.

Il maggior tiraggio si deve ai costi di Medicare, il programma federale di assicurazione sanitaria destinato prevalentemente agli over 65 e alle categorie più fragili, le cui spese a luglio hanno toccato il record di 174 miliardi di dollari, in nettissimo rialzo rispetto ai 103 miliardi di giugno, portando il totale oltre la soglia di 955 miliardi. Questo esborso ha reso Medicare la singola voce di spesa più consistente del mese, capace di oscurare persino i 141 miliardi destinati alla previdenza sociale e i 104 miliardi assorbiti dagli interessi netti sul debito pubblico.

In una situazione già particolarmente stressata sono intervenuti due fattori contingenti che hanno alzato il livello di allarme. Per effetto del calendario, si è avuto un aggravio tecnico di spesa per 99 miliardi di dollari, dovuto alle anticipazioni concesse per vari sussidi, inclusi quelli per la Supplemental Security. Il rimborso dei dazi è costato, invece, altri 33 miliardi al netto dei possibili rimborsi che l’Amministrazione dovrà erogare sui prelievi precedenti, dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema.

Gli ultimi dati, come detto in precedenza, indicano un deficit annuo pari a 1.799 miliardi di dollari. Rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente l’incremento è del 10,46%. Ciò significa che il 28,62% delle spese nell’anno fiscale 2026 non è stato coperto dalle entrate e che per ogni dollaro di entrate incassato dal governo federale, ne sono stati spesi 1,40. Le più recenti proiezioni di bilancio decennali del CBO prevedono che il deficit totale sarà di 1.853 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2026, 1.887 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2027 e 2.080 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2028.

Altro elemento preoccupante è la forte crescita della spesa per gli interessi sul debito pubblico. Negli ultimi 12 mesi le relative uscite sono state pari a più di 1.000 miliardi, con un aumento rispetto al periodo precedente del 14,5%. Un importo che è superiore a quello delle spese militari che è risultato pari a poco più di 948 miliardi di dollari. In larga misura per rispettare gli impegni NATO. La maggior spesa per interessi dimostra che il sistema finanziario americano è destinato ad essere sempre di più un mercato dei compratori. Saranno quindi questi ultimi, con la loro domanda di titoli, a dettare le condizioni per il mantenimento di un debito che per una percentuale intorno al 25% è in mano ad investitori esteri.

I dati appena illustrati forniscono una spiegazione logica di alcuni comportamenti illogici di Donald Trump. Che l’economia, ma sarebbe meglio dire la società, americana non sia più quella di una decina di anni fa è del tutto evidente. I costi della sua egemonia sul piano internazionali sono enormemente cresciuti. Ma gli alleati occidentali hanno fatto finta di niente. Eppure le richieste di aiuto, si pensi solo all’aumento del contributo per le spese Nato, erano state più volte avanzate dai Presidenti pro-tempore: da Barack Obama, allo stesso Trump nel suo primo mandato, per giungere fino a Joe Biden. Risultato? Un niente di fatto.

Anzi, oggi, specie a sinistra si assiste ad una vera e propria levata di scudi, all’insegna dello slogan: “Neppure un cent di aumento per le spese militari”. La zuppa rancida che propone soprattutto Giuseppe Conte, che non esita a taroccare le cifre dell’intervento: 500 miliardi da qui al 2035, quando la cifra reale, da spalmare in 10 anni, sarebbe, alla fine, di poco superiore agli 80 miliardi di euro. Cifra ovviamente ragguardevole. Ma quanto vale la libertà di una Nazione? Quanto la difesa di un patrimonio politico-culturale irripetibile? Una domanda alla quale dovrebbe rispondere soprattutto Elly Schlein uscendo dalla modalità “sfinge”.

E invece nel silenzio degli ignavi prosperano le tesi più stravaganti. Come quelle raccolte da Il Fatto quotidiano secondo il quale gli Stati Uniti d’America sarebbero solo imperialismo. Ovviamente lo sarebbero stati anche nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, quando traversarono l’Atlantico per contribuire a sconfiggere in Europa quella deriva illiberale, ch’era stata il parto delle contraddizioni del Vecchio continente. Altro che imperialismo! Ma che la relativa accusa possa avere l’onore – si fa per dire – delle pagine di un quotidiano nazionale, la dice lunga sul grado di confusione che alberga nel cuore della sinistra italiana.

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