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L’aspetto disarmante della tempesta in un bicchier d’acqua del caso Mari-Ciabatti-Murgia è il modo con cui è stata data la notizia. Potremmo chiamarlo lo stile italiano dell’informazione, perché è una costante: montare un caso inesistente e fare bisboccia delle reazioni. Mari non ha mai detto le frasi sessiste contro la Murgia che gli sono state attribuite da Repubblica. Perché Repubblica ha sbattuto il mostro Mari in prima pagina senza verificare che la notizia fosse vera? Gianluigi Simonetti ricostruisce i fatti con un articolo sul periodico culturale digitale Snaporaz: “Sabato 19 giugno Repubblica, con un pezzo firmato da Raffaella De Santis, informa che, secondo voci riferite da testimoni imprecisati, Michele Mari, in minibus con altri candidati durante il tour dello Strega, ‘avrebbe espresso giudizi pesanti su Michela Murgia’ (‘più o meno’, dice l’articolo, ‘che era intransigente perché brutta’). Mari inoltre ‘avrebbe commentato’ che ‘le persone insoddisfatte diventano rabbiose’. Ascolta e reagisce indignata Teresa Ciabatti, candidata presente nel van e amica di Murgia (è anche un personaggio del suo romanzo in gara). ‘All’inizio quasi valuta la possibilità di ritirarsi dal premio’; poi ci ripensa, e della cosa in qualche modo viene informata Repubblica”.
L’uso del condizionale paraculo da parte dei giornali andrebbe a questo punto proibito per legge: o la notizia l’hai verificata o non la dai, perché altrimenti fai solo danni (Mari ne esce comunque lordato, e non è giusto).
La Fondazione Bellonci ha deciso che Mari resta in gara perché il regolamento del Premio Strega non consente l’esclusione di uno scrittore; e ha spiegato che i giurati del Premio valutano esclusivamente il valore letterario dei libri in gara, non la condotta o i comportamenti privati degli autori. Questa regola è discutibile: la distinzione tra opera e autore non può essere assoluta. Un premio culturale non è un esame universitario di letteratura, ma un’istituzione pubblica che conferisce prestigio simbolico, sicché premiare un autore significa premiare anche la sua figura pubblica. In base al regolamento dello Strega, un autore neo-nazista potrebbe vincere il Premio Strega, se fosse bravo come Celine. Davvero nessun comportamento potrebbe giustificare l’esclusione da un premio letterario?
C’è chi (uno per tutti: Augias) ha tirato in ballo Proust per sostenere che l’arte va separata dall’artista. Ma Proust diceva un’altra cosa: contestava Sainte-Beuve, secondo il quale per capire un’opera bisognava conoscere la vita dell’autore. Per Proust lo scrittore non coincide con la sua persona sociale; l’opera nasce da dinamiche psicologiche spesso ignote a lui stesso; quindi la biografia è fuorviante se usata come chiave interpretativa. In altre parole, Proust critica un metodo di lettura, non sta formulando un principio per decidere premi o sanzioni culturali: non ha mai detto che il giudizio morale sia irrilevante o che non debba mai entrare in gioco in contesti pubblici o istituzionali. Il principio estetico mica può essere esteso a tutti gli ambiti della vita pubblica!
La grandezza artistica non rende irrilevanti le questioni morali o politiche: gli studiosi continuano a interrogarsi sull’antisemitismo di Céline proprio perché le convinzioni dell’autore possono influenzare la lettura delle sue opere. Sfottere il problema non è un argomento, come non lo è banalizzarlo. C’è chi ha polemizzato pro-Mari tirando in ballo la cancel culture, ma ricondurre le critiche e il dibattito a un’unica causa ideologica evita di discutere nel merito delle obiezioni.
Frequente il ricorso a una fallacia detta “pendio scivoloso”, il cui schema è questo: 1) Mari è stato criticato per le sue frasi sulla Murgia. 2) La Fondazione Bellonci ha preso le distanze dalle sue dichiarazioni. 3) Si sta instaurando un sistema ideologico sempre più repressivo. 4) A quando disclaimer obbligatori sui libri, certificati di ortodossia culturale, controlli delle chat private, purghe degli artisti dissidenti? 5) Questo è totalitarismo! La fallacia procede per una catena di conseguenze sempre più estreme, presentandole come implicite o probabili, per suggerire che la critica a Mari appartenga alla logica repressiva delle dittature. Ma non ogni dissenso è repressione.
C’è infine chi ha paragonato Mari a Gadda, Manganelli, Landolfi e Bernhard. Esageroma nen! Basti dire che i suoi libri sono così pienamente belli da non lasciar luogo neanche all’invidia.
L'articolo Il caso Mari-Ciabatti-Murgia, una tempesta in un bicchier d’acqua proviene da Il Fatto Quotidiano.





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