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di Serena Poli
Il 1992 è stato, per la coscienza collettiva del nostro Paese, l’anno del terrore domestico, in cui l’Italia ha tremato sotto i colpi del tritolo di Cosa Nostra, l’anno delle strade militarizzate e di un’intera nazione che annega nel terrore. Questa drammatica situazione interna ha finito inevitabilmente per assorbire tutta l’attenzione pubblica, anestetizzando lo sguardo su ciò che accadeva dall’altro lato delle nostre coste adriatiche.
Avevo 16 anni, e la percezione di quel conflitto ha a lungo abitato una regione sfocata della mia memoria, all’ombra di Capaci e via d’Amelio: negli anni ho voluto colmare quel vuoto per restituire, seppur tardivamente, il mio sguardo anche a quelle vittime. Srebrenica è stata il punto d’arrivo di una strategia di ingegneria etnica iniziata tre anni prima. La dichiarazione di indipendenza della Bosnia ed Erzegovina era infatti un ostacolo al sogno ultranazionalista di Slobodan Milošević, quello della “Grande Serbia” (ci ricorda qualcosa, giusto?). Srebrenica era una cittadina a larghissima maggioranza musulmana incastrata in quel disegno e divenne immediatamente una trappola.
Milošević foraggiava Radovan Karadžić (leader politico dei serbo-bosniaci) e Ratko Mladić (generale dell’esercito) in funzione di un genocidio pianificato per rendere il territorio etnicamente omogeneo. Ciò avvenne attraverso l’implementazione della ‘Direttiva 7’, un documento che ordinava alle forze serbo-bosniache di creare una “situazione insopportabile di totale insicurezza” per la popolazione locale, spegnendo ogni speranza di sopravvivenza al fine di provocarne la “rimozione permanente” (anche questo dovrebbe ricordarci qualcosa).
La comunità internazionale rispose imponendo ai bosniaci la demilitarizzazione e il disarmo in cambio della protezione dei caschi blu, che tuttavia non erano autorizzati all’uso delle armi se non per strettissima difesa personale. Fu l’inizio della fine: la città si trasformò in un immenso campo profughi a cielo aperto, affamato, stipato di disperati e circondato dall’assedio serbo che tagliava scientificamente l’afflusso di acqua, cibo e medicinali (anche questo ci ricorda qualcosa). L’11 luglio 1995 le truppe di Mladić entrarono indisturbate a Srebrenica massacrando 8372 esseri umani.
E proprio l’11 luglio, ogni anno, nel memoriale di Potočari vengono sepolti i resti delle vittime identificate negli ultimi 12 mesi grazie al Dna. Un rituale infinito e straziante a causa delle fosse comuni secondarie e terziarie: per nascondere le prove del genocidio, i soldati di Mladić usarono bulldozer per rimuovere i corpi dalle prime fosse comuni e spargerli nei boschi circostanti in decine di altri siti: i resti di singole persone sono spesso stati frammentati e ritrovati a chilometri di distanza gli uni dagli altri. Oggi, 11 luglio 2026, si sono tenuti i funerali di altre 10 vittime identificate nell’ultimo anno. Ne mancano circa un migliaio, che non sono ancora stati ritrovati o identificati.
Ogni anno ci sono famiglie che devono decidere se seppellire solo un osso dei loro cari o attendere ancora nella speranza che in futuro vengano ritrovate altre parti del corpo.
È impossibile guardare a Srebrenica senza notare le analogie con quanto è avvenuto, e ancora avviene, a Gaza. L’ossessione ideologica della Grande Serbia rispecchia in modo sinistro il messianismo di chi oggi teorizza il Grande Israele, giustificando la cancellazione di un popolo in nome del diritto divino e di una presunta superiorità etnico-religiosa: il percorso è sempre il medesimo, dalla disumanizzazione alla carneficina.
La lezione drammatica che Srebrenica ci consegna ogni 11 luglio è che la legalità internazionale si può piegare a proprio piacimento quando uno sterminio colpisce il mondo arabo o islamico: è successo 31 anni fa, continua a succedere oggi a Gaza e in Libano. È il solito silenzio dei doppi standard che l’Occidente riserva da sempre ai massacri che ha deciso essere tollerabili.
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L'articolo Ieri Srebrenica, oggi Gaza: in comune, il solito doppio standard dell’Occidente proviene da Il Fatto Quotidiano.





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