Gli Usa provano a contenere l’ascesa biotech cinese. Ma la strada è in salita

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Pochi giorni fa il Pentagono ha compiuto il suo annuale aggiornamento della “Lista 1260H”, un elenco delle aziende cinesi legate alla People’s Liberation Army che operano direttamente o indirettamente negli Stati Uniti. Oltre a colossi del calibro di Byd, AliBaba, Baidu, Nio et similia, nell’index officinorum prohibitorum del Dipartimento della Difesa Usa è finito anche il gruppo biotech WuXi AppTec. Una mossa che non arriva ex abrupto, ma che si inserisce in un più ampio tentativo da parte di Washington di prevenire un superamento cinese sugli Stati Uniti in un settore estremamente critico come quello delle biotecnologie.

“Nell’aprile 2025, la Nsceb (National Security Commission on Emerging Biotechnology) ha sottolineato la vulnerabilità che la nostra attuale dipendenza dalle aziende biotecnologiche cinesi comporta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ha chiesto il divieto di ricorrere a fornitori di biotecnologie ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale. Plaudiamo al Pentagono per aver intrapreso questa settimana misure concrete volte ad aggiornare la lista 1260H con l’aggiunta di aziende biotecnologiche cinesi che hanno legami noti con l’esercito cinese. Dobbiamo inoltre rafforzare l’ecosistema biotecnologico americano, anche investendo in alternative alle aziende biotecnologiche cinesi che destano preoccupazione, in modo che il nostro settore poggi su una base di fornitori e prestatori di servizi affidabili”, hanno affermato in una dichiarazione congiunta relativa alla scelta descritta poche righe sopra il presidente e il vicepresidente della Nsceb, il senatore Todd Young e la dott.ssa Michelle Rozo, evidenziando l’importanza del provvedimento, ma al tempo stesso non nascondendo come nel dominio delle biotecnologie gli Stati Uniti stiano sentendo sempre di più la pressione di Pechino. Come confermato dal vantaggio guadagnato dalla Repubblica Popolare rispetto a specifiche dinamiche.

Come ad esempio sul fronte della strategia nazionale, gli Stati Uniti non dispongono ancora di un documento unitario di indirizzo, con il National Biotechnology Initiative Act introdotto in forma bipartisan ad aprile 2025 che è ancora in fase parlamentare. Pechino, al contrario, ha fatto della biotecnologia una priorità strategica da vent’anni, e il Piano quinquennale 2026 rilancia ulteriormente quella scommessa, indicando biomedicina, biomanifattura, interfacce cervello-computer e farmaceutica come “industrie del futuro” e “settori prioritari”, sullo stesso piano di intelligenza artificiale e informatica quantistica.

Simile distanza anche sul terreno regolatorio. Il sistema americano è ancora percepito come un collo di bottiglia per l’innovazione, tanto che due proposte di legge per accelerarne la riforma sono state introdotte solo nel settembre 2025. La Cina, invece, ha completato una profonda revisione normativa già nel decennio scorso, dotandosi di un sistema a doppio binario che accelera l’accesso al mercato dei farmaci e consente di raccogliere dati preliminari sull’uomo in tempi più rapidi. Il risultato è che nel 2024 la Cina guida la classifica mondiale per numero di trial clinici avviati ogni anno, e molte aziende farmaceutiche americane si rivolgono ormai a Pechino per condurre i primi test sull’essere umano.

Sul versante delle infrastrutture produttive, gli Usa hanno stanziato 400 milioni di dollari in due anni per la rete BioMade di impianti bioindustriali pre-commerciali, ma nessuna struttura è ancora operativa. La Cina ha invece avviato nel 2025 partnership pubblico-private con 43 aziende per costruire impianti pilota di biomanifattura su scala nazionale, dopo aver già incentivato nel 2023 la produzione domestica di 32 molecole ad alto valore strategico.

Quanto agli investimenti, gli Stati Uniti contano ancora sulla forza dei mercati privati, ma riconoscono che il capitale privato da solo non basta per portare a maturità tecnologie critiche per la sicurezza nazionale; per tentare di colmare questo vuoto è stato concepito l’Independence Investment Fund Act, presentato a dicembre dello scorso anno. Pechino si affida ai Government Guidance Fund, fondi pubblico-privati che hanno raggiunto il picco nel 2021 con circa 1.800 veicoli annunciati e obiettivi di raccolta superiori a 1.500 miliardi di dollari. Il Piano quinquennale 2026 rilancia questo strumento, con il National Venture Capital Guidance Fund già attivo in biomedicina e interfacce cervello-computer.

Ma il divario più emblematico riguarda forse i dati biologici. Washington non li tratta ancora come risorsa strategica nazionale, ed alcune proposte legislative per raccogliere, curare e standardizzare dati bio-ready per l’IA sono state introdotte solo nel marzo 2026. Il Piano quinquennale cinese, invece, prevede esplicitamente la costruzione di un sistema nazionale di risorse sui dati (con una sezione dedicata alla salute e un framework per l’uso dei dati di addestramento dell’IA) oltre a una rete interna di dati biologici derivati dalle risorse naturali del paese, sviluppata sistematicamente nell’arco di un decennio.

L’aggiornamento della lista 1260H rappresenta dunque una mossa efficace, ma da sola è tutt’altro che sufficiente a permettere agli Stati Uniti di recuperare tutto il terreno perso a vantaggio di Pechino in un settore così critico come quello del biotech.

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