Gli editori norvegesi portano Meta in tribunale: il problema è epocale

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L’allarme lo ha lanciato, per prima, la Nieman Lab Foundation di Harward lo scorso 15 ottobre: “A partire dal 30 ottobre, gli account aziendali che continueranno a utilizzare Facebook, Instagram o WhatsApp acconsentiranno automaticamente alla raccolta di dati da parte di Meta sui propri siti web”.
Destinatari dell’allarme, innanzitutto, gli editori. Secondo la Fondazione Nieman, infatti, per effetto di un aggiornamento delle proprie condizioni generali di contratto business, Meta si sarebbe garantita il diritto di sfruttare i contenuti dei giornali per addestrare modelli e algoritmi alla base dei propri prodotti.

In poche ore, in tutto il mondo, gli editori si son messi sul piede di guerra. Tanto è bastato a suggerire a Meta di fare marcia indietro o, almeno, tirare il freno.

Il gigante di Menlo Park, infatti, ha rivisto e corretto l’aggiornamento delle condizioni generali di servizio all’origine della protesta degli editori, chiarito che non aveva mai avuto intenzione di garantirsi alcun diritto in più rispetto a quelli che già aveva e tanto meno di farlo contro la volontà degli editori e specificato che i contenuti degli editori, a valle della modifica in questione, avrebbero potuto essere utilizzati esclusivamente per migliorare i propri prodotti pubblicitari e commerciali, quelli, cioè, forniti proprio agli editori. E ha aggiunto che gli editori avrebbero, comunque, continuato a disporre del diritto di sottrarre qualsiasi contenuto al proprio scraping, semplicemente utilizzando l’apposito comando – il famoso robot.txt – da sempre a loro disposizione.

Meglio ma non bene secondo la stessa Fondazione Nieman che in un articolo del 17 ottobre è tornata sull’argomento, chiarendo, attraverso la vivavoce di una serie di esperti, che la modifica dell’aggiornamento alle condizioni generali di servizio proposta da Meta non sarebbe valsa a superare il problema, che la società sarebbe rimasta libera di utilizzare i contenuti degli editori per addestrare gli algoritmi alla base di una non meglio definita ampia gamma di “prodotti commerciali” e che, nonostante le rassicurazioni, niente nelle condizioni generali di servizio avrebbe, effettivamente, garantito agli editori di sottrarre, attraverso il comando robot.txt i propri contenuti alla bulimica voracità degli algoritmi di Menlo Park.

Nessun cessato allarme insomma. E, anche da questa parte dell’oceano, in tanti, tra gli editori, la pensano allo stesso modo.

Tra questi sicuramente gli editori norvegesi che, infatti, hanno appena trascinato Meta in Tribunale chiedendo al Giudice di ordinarle di sospendere l’aggiornamento dei propri termini d’uso, di ordinarle di inserirvi un esplicito riferimento alla circostanza che con il comando robot.txt sarebbe possibile sottrarre i propri contenuti all’addestramento di qualsivoglia prodotto e di imporre che qualsiasi questione relativa allo sfruttamento di contenuti editoriali sia disciplinata con un contratto completamente autonomo rispetto a quelli relativi ai servizi generalmente utilizzati per la diffusione e promozione dei contenuti editoriali, così da sottrarli al rischio di rimanere esposti a eventuali abusi di posizione dominante da parte della società di Menlo Park.

Ancora una volta la risposta di Meta non si è fatta attendere: aggiornamento dei termini d’uso posticipato dal 30 ottobre al 20 novembre per aver modo di spiegarne meglio agli editori il significato e di tranquillizzarli.
Ancora una volta, meglio ma non bene.

Il problema resta ed è epocale anche se, per la verità, non riguarda solo Meta ma tutte le grandi fabbriche globali di algoritmi: non è, infatti, tollerabile oltre l’idea che, specie soggetti che, in un modo o nell’altro, si sono ormai conquistati un ruolo ineliminabile nella catena di distribuzione dei contenuti informativi, provino a appropriarsi di questi contenuti, trasformandoli in asset tecno-commerciali attraverso i quali andare, addirittura, a fare concorrenza agli stessi editori dei contenuti in questione.

E non è solo una questione di soldi e di sopravvivenza delle imprese editoriali. È, anche, una questione di democrazia perché se pochi grandi giganti dell’intelligenza artificiale, divorando i contenuti dei giornali, si pongono in condizione di diventare – come, in parte, sta già accedendo – nuovi oligopolisti globali dell’informazione, la dieta mediatica dell’intera umanità finisce con il cadere nelle loro mani con ogni conseguenza facilmente immaginabile in termini di pluralismo informativo, manipolazione dell’opinione pubblica globale e, appunto, democrazia.

Ma c’è di più. Non solo, infatti, le grandi fabbriche di algoritmi non hanno alcun diritto di appropriarsi dei contenuti degli editori per addestrare i propri algoritmi senza neppure chiedere permesso ma – ed è bene dirlo subito e senza nessuna ambiguità – gli stessi editori non possono vendere ai giganti dell’intelligenza artificiale in questione i loro contenuti perché li usino per l’addestramento degli algoritmi.

La ragione è semplice: i contenuti in questione, infatti, non sono solo oggetto di diritti di proprietà intellettuale degli editori dei quali questi ultimi possono certamente disporre ma contengono anche milioni di dati personali di milioni di persone – i protagonisti dei fatti raccontati – sui quali, al contrario, gli stessi editori, non hanno alcuna forma di proprietà e dei quali non possono in alcun modo disporre.

Questi dati personali, infatti, sono presenti nei contenuti degli editori in forza di un’eccezione – quella che ne consente il trattamento in vista del soddisfacimento del diritto di cronaca – e non di un diritto disponibile degli editori e quell’eccezione, evidentemente, mentre consente la pubblicazione del contenuto, non consente all’editore, pure titolare dei diritti di proprietà intellettuale dei quali vorrebbe appropriarsi Meta e le sue concorrenti, di autorizzare chicchessia al loro sfruttamento al fine di addestrare, non importa quale algoritmo o modello, non importa in quale contesto.

Se vendessero alle grandi fabbriche di algoritmi i loro contenuti perché li usino per trasformarli in asset tecnologico-commerciale, gli editori farebbero esattamente ciò che, a ragione, stanno contestando ai giganti dell’intelligenza artificiale di fare: esproprierebbero milioni di persone di un loro diritto fondamentale e trasformerebbero, a loro volta, i dati personali di milioni di persone in un proprio asset commerciale, senza neppure chiedere permesso.

Quindi bene e, anzi, benissimo che gli editori, anche se in ritardo, si preoccupino di difendere la loro proprietà intellettuale, ma guai a dimenticarsi, che c’è un diritto, altrettanto prezioso, che va difeso con eguale energia: quello che milioni di persone, protagoniste, nei contesti più diversi, dei contenuti pubblicati dagli editori, hanno sui loro dati personali, dati legittimamente – fino a prova contraria e a condizione che esistesse un interesse pubblico – pubblicati sulle pagine dei giornali ma, non solo per questo, legittimamente cedibili alle fabbriche di algoritmi o da queste acquistabili per contratto.

E, ancora una volta, se accadesse sarebbe gravissimo perché, quei dati, i nostri dati personali, una volta finiti nei ventri molli e profondi delle fabbriche di algoritmi, sarebbero sottratti per sempre al nostro controllo e, con loro, lo sarebbero frammenti di inestimabile valore della nostra identità personale.

L'articolo Gli editori norvegesi portano Meta in tribunale: il problema è epocale proviene da Il Fatto Quotidiano.

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