Giulio Regeni, dieci anni di “ostacoli e menzogne” prima della sentenza: il processo ai quattro 007 egiziani arriva al primo verdetto

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Dieci anni dopo la morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso in Egitto, il processo arriva alla sua prima sentenza. Ma per arrivare davanti ai giudici di Roma è stato necessario superare una lunga serie di ostacoli, giudiziari e non solo. Il 28 settembre la I Corte d’Assise di Roma dovrà decidere sulla posizione dei quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani accusati della deumanizzazione della vittima. La Procura ha chiesto l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e sei mesi per gli altri tre imputati: Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim.

Il primo, enorme problema è stato quello di portare processualmente gli imputati davanti a un giudice italiano. Non è mai accaduto: i quattro non hanno partecipato a nessuna udienza. La mancata collaborazione delle autorità egiziane ha impedito per anni di notificare loro gli atti necessari all’avvio del procedimento. È stato necessario un passaggio davanti alla Corte costituzionale per consentire alla giustizia italiana di procedere comunque in loro assenza. Nel settembre 2023 la Consulta ha aperto la strada alla celebrazione del processo, riconoscendo la possibilità di andare avanti nonostante l’impossibilità di notificare agli imputati gli atti per la mancata cooperazione del Cairo.

Così il processo è iniziato a Roma nel 2024. Ma anche il dibattimento è stato tutt’altro che lineare. Ventotto udienze e 38 testimoni erano già stati ascoltati quando, nell’ottobre 2025, la Corte d’Assise ha dovuto sospendere il procedimento in seguito a una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla difesa. Il nodo riguardava il diritto di difesa degli imputati assenti e, più precisamente, le condizioni che consentivano di procedere nei loro confronti senza la loro presenza.

La Corte costituzionale è intervenuta nel gennaio 2026, sciogliendo il nodo che aveva bloccato il processo e consentendo la ripresa del dibattimento. Nel frattempo, anche la questione delle spese per i consulenti tecnici della difesa era finita davanti ai giudici costituzionali: una volta superato il problema, il processo ha potuto ripartire. La ripresa non ha però cancellato le difficoltà legate all’assenza degli imputati. A giugno le difese hanno presentato una nuova eccezione, chiedendo la revoca dell’ordinanza con cui era stata dichiarata la loro assenza. La tesi era che anche i quattro agenti egiziani potessero temere ritorsioni nel proprio Paese e che questo timore potesse spiegare la loro mancata partecipazione al procedimento. La Procura ha chiesto che l’istanza fosse dichiarata inammissibile o respinta, sostenendo che non fossero stati indicati elementi fattuali nuovi e che la questione fosse già stata affrontata.

C’è poi un altro elemento che ha accompagnato il processo: la difficoltà nel reperire persone disposte a collaborare. A febbraio 2026, alla ripresa delle udienze, la legale della famiglia Regeni aveva riferito delle difficoltà incontrate per individuare consulenti di lingua araba disponibili a partecipare alle attività peritali. Anche il perito nominato dalla Corte aveva assunto l’incarico proteggendo la propria identità, per timore di possibili conseguenze. Nel frattempo, il dibattimento ha cercato di ricostruire quello che accadde a Giulio tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Per la Procura, l’impianto accusatorio si fonda su una pluralità di elementi: documenti, testimonianze, accertamenti tecnico-scientifici e riscontri. Un ruolo importante, secondo l’accusa, è stato attribuito anche alle dichiarazioni di due cittadini palestinesi che erano stati arrestati e detenuti in una struttura clandestina degli apparati di sicurezza egiziani.

La Procura ha sostenuto che il Cairo, invece di collaborare all’accertamento dei fatti, abbia ostacolato la ricerca della verità attraverso omissioni, depistaggi e versioni alternative. È una ricostruzione che le difese hanno respinto, sostenendo invece l’esistenza di una collaborazione egiziana e contestando l’attendibilità di alcuni testimoni e la solidità del quadro probatorio. Nelle loro arringhe hanno chiesto di escludere la responsabilità dei quattro imputati. Il 23 giugno, dopo una requisitoria durata circa sette ore, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto l’ergastolo per Sharif e 17 anni e sei mesi per gli altri tre. Secondo l’accusa, il procedimento ha dovuto essere celebrato in Italia perché, senza l’iniziativa della magistratura italiana, non sarebbe stato possibile arrivare a un processo. Poi sono arrivate le arringhe delle difese. E anche in questa fase il procedimento ha dovuto fare i conti con nuove contestazioni, prima di arrivare alla chiusura del dibattimento. Il 14 luglio la Corte ha fissato al 28 settembre la lettura della sentenza.

Quello che si apre ora è dunque l’ultimo passaggio del primo grado. Non sarà la conclusione della vicenda giudiziaria, ma la prima volta in cui una Corte italiana sarà chiamata a pronunciarsi nel merito sulle responsabilità dei quattro imputati. Per arrivarci sono serviti anni di indagini, più interventi della Consulta, una sospensione del processo, la ripresa del dibattimento, nuove eccezioni delle difese e un procedimento celebrato senza la presenza degli accusati.

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