Giravolte d’Europa. Perché sulle rinnovabili l’Ue rischia di fare un regalo alla Cina

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I buoni propositi non sempre sono sinonimo di buoni risultati. E se qualche tassello non è al suo posto, qualche bullone un po’ lento, la catena di montaggio rischia di saltare. Succede in Europa, al tempo in cui il Vecchio continente ha finalmente preso coscienza del male oscuro che si cela dietro una eccessiva dipendenza dalla Cina. Industria, manifattura, rinnovabili, automotive, stanno sperimentando un lento, ma costante, risveglio. D’altronde, se un mercato dipende da un altro mercato, quello cinese nella fattispecie, il prezzo e la quantità è sempre imposto dal secondo. Per questo, al grido di made in Europe, e il Consiglio europeo odierno ne è la prova, l’Unione europea sta cercando di ritrovare se stessa, rimettendo la propria manifattura al centro del villaggio.

Fin qui, si diceva, i buoni propositi. Poi però c’è la pratica e qui l’Europa rischia di farsi del male con le proprie mani. Pochi mesi fa Bruxelles ha lanciato un fondo di investimento per le rinnovabili, il Green global bond, da una ventina di miliardi. L’obiettivo è quello di finanziare la green economy su scala continentale, anche e non solo per aumentare la produzione di elettricità da fonti pulite, ora che, nonostante l’accordo tra Stati Uniti e Iran e la conseguente riapertura dello stretto di Hormuz, petrolio e gas hanno ricominciato ad affluire, ma con il contagocce. In Italia, tanto per fare un esempio, secondo i calcoli della Confindustria ci sono ancora decine di GW installati ma o sprovvisti di autorizzazione o non allacciati alla rete.

L’obiettivo dell’Europa è dunque dare una nuova spallata a parchi solari o eolici. Attenzione, il fondo non è solo destinato a finanziare infrastrutture green in Europa, ma anche in Paesi terzi, vale a dire al di fuori dei confini europei. Come l’Algeria, per esempio. E qui vengono i problemi. Se è vero come è vero, che ancora oggi il grosso delle tecnologie rinnovabili importate in Ue, a cominciare dagli inverter, arriva dalla Cina, aumentare l’installazione di pale o pannelli non può che fare il gioco delle stesse aziende del Dragone che riforniscono l’Europa. Come a dire, prima bisogna risolvere il problema della dipendenza, poi dare nuova linfa all’energia pulita, una volta che questa è made in Europe.

Lo stesso vale per l’estero. La Cina, infatti, domina ancora l’industria verde nel grosso delle economie occidentali, ad eccezione degli Stati Uniti. Foraggiare l’installazione di pannelli e pale eoliche anche fuori dall’Europa, potrebbe essere un regalo a Pechino. Specialmente per quanto concerne la tecnologia che sta dietro le infrastrutture per il vento e il sole, oggetto di numerosi allarmi proprio in questi mesi. Insomma, si rischia il cosiddetto boomerang. “Il problema principale è che, dato il mercato delle tecnologie per le energie rinnovabili, è probabile che la maggior parte dei fondi andrà alle aziende cinesi”, ha dichiarato a Euronews un funzionario della Commissione con conoscenza diretta della questione. A questo punto, o si diventa davvero indipendenti dalla Cina o si infila nel Global bond una clausola che estromette le aziende del Dragone.

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