Giovanna Ferrara e il suo diario della malattia: mi piace pensare che adesso sia al cinema

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La sconcertante risposta sta in un piccolo gesto, quello di portare al collo, qualora le accadesse qualcosa, una medaglietta con sopra incisa la scritta “In caso di emergenza portatemi al cinema”. Giovanna Ferrara, giornalista del Manifesto che ha scritto di insorgenze e disobbedienze, testimone caustica della decadenza della politica di palazzo. Giovanna non c’è più, ma la sua battaglia contro la malasanità continua attraverso le parole della sua agghiacciante esperienza raccontata ne L’innocenza dei dinosauri (Fuorilinea e svariate edizioni), un libro arrabbiato ma gentile da leggere e far leggere, che il marito Donato Ferdori – autore della postfazione – che l’ha assistita fino all’ultimo respiro, sta portando in giro in lungo e largo per l’Italia per presentazioni e lecture.

Per pensare insieme a come rivoluzionare dalle fondamenta ’sto sfracello della sanità pubblica in un momento storico il cui governo Meloni ha portato la spesa sanitaria al minimo storico con previsioni di investimento di spesa per gli armamenti fino al 5% (al momento siamo intorno al 2,5 che é già un’enormità). Ci ammaleremo di più, ma armati fino ai denti.

Un diario della malattia che Giovanna ha continuato a scrivere fino al giorno in cui è entrata nella terapia intensiva di Padova per non uscirne più. Fino all’ultimo ha partecipato con gioia, feroce determinazione e lucida “allegria” a quella che lei definisce “la danza dell’immedesimazione”, dell’opera viva alla quale le istituzioni non partecipano più da tempo, che si tratti di sanità pubblica, di scuola, università, lavoro. Quando le forze venivano meno il suo braccio diventava quello dell’amica cara Graziella Durante, la filosofa antilope del libro. Mi piace pensare che Giovanna adesso sia al cinema, pronta ad uscire per ridere, per dirci che non dobbiamo arrenderci mai, ma soprattutto per denunciare noi comuni mortali che non abbiamo accesso alle cure adeguate, alle diagnosi precoci, alla sanità di eccellenza e rimaniamo in lista d’attesa per mesi, mesi. E quando finalmente, avanti il prossimo, si libera un posto, è troppo tardi.

Ne L’innocenza dei dinosauri, e mai titolo fu più espressivo, i dinosauri siamo noi, destinati all’estinzione e la causa profonda sta nei tagli strumentali, la mancata riforma del lavoro… E che noi non siamo in realtà innocenti come i dinosauri, perché sappiamo bene da tempo che il capitalismo oggi così vincente chiede alle persone di rinunciare alle cose più importanti: il diritto alla salute, all’istruzione, alla dignità di una vita che il ricatto della precarietà zittisce.

La narrazione di Giovanna comincia nel 2020 ma è anche storia precedente e ancor più contemporanea, perché continua ad andare peggio: l’allucinazione surrealista che il libro descrive è qualcosa che appartiene o può appartenere alla vita di chiunque, a partire da un qualsiasi pronto soccorso sovraffollato e affaticato da troppe richieste dovute alle lunghe liste d’attesa, alla mancanza di una assistenza domiciliare efficace ed efficiente. “Quante e quante volte è accaduto, accade e accadrà?”, si chiede la professoressa della Federico II, Roberta Lencioni, grande amica di famiglia che continua a sciogliersi in un pianto senza più lacrime.

La denuncia di Giovanna Ferrara, dottoressa di Ricerca in Storia e culture dell’Europa, che a soli 40 anni si presenta al pronto soccorso di un noto ospedale romano perché solo lì può avere assistenza e comincia la sua discesa agli inferi dell’abbandono del corpo in mani che non ne hanno cura, perché non riescono ad averne più neanche per sé stessi. Siamo ai tempi del Covid, un trapianto ai due polmoni riuscito, nessun rigetto, tac e biopsia, ancora qualche difficoltà respiratorie dovuta a esercizi riabilitativi, ma sarebbe dovuta uscire entro pochi giorni, invece un subdolo esercito di batteri entra nel suo corpo.

Si può morire di invisibilità. Il pianto disperato della voce narrante di Giovanna, un pianto che spezza quell’oceanica indifferenza. Piange per tutti, per la signora vicina col femore rotto che vedeva dei ragni sul soffitto, prova pena per quelle infermiere stravolte da una cattiveria confezionata come risposta ai turni massacranti, pianto per quel vecchio con le mani sul capo il vecchio che sembrava un quadro di van Gogh. E poi piansero i muri, gli intonaci, le porte, le cartelle da compilare. Pianse il mondo. E dopo un attimo qualcosa svegliò tutti…

Giovanna è nata a Cava de’ Tirreni nel 1978 e morta a Padova nel 2023, a soli 45 anni. E un figlio di 18 anni non avrà più la sua mamma. Mi chiedevano qualcosa ma a nessuno interessava la risposta. Poi mi addormentavo. Arresa. Arresa e perfino felice, ma questo non si può dire.

L'articolo Giovanna Ferrara e il suo diario della malattia: mi piace pensare che adesso sia al cinema proviene da Il Fatto Quotidiano.

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