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Le recenti indiscrezioni relative all’utilizzo del territorio iracheno nell’ambito delle operazioni contro l’Iran e la formazione del nuovo governo guidato da Ali al-Zaidi hanno riportato Baghdad al centro dell’attenzione internazionale. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente sugli eventi più recenti rischia di oscurare una realtà più profonda. L’Iraq non è più soltanto uno dei teatri della crisi mediorientale. È il punto in cui convergono alcune delle principali linee di frattura che stanno ridefinendo l’intero equilibrio regionale: competizione tra Stati Uniti e Iran, ruolo delle milizie, sicurezza energetica, instabilità siriana, fragilità istituzionale e crescente centralità dello spazio informativo. Comprendere l’Iraq significa quindi comprendere una parte significativa delle dinamiche che influenzeranno il futuro del Medio Oriente e, indirettamente, della sicurezza europea.
L’equilibrio impossibile tra Washington e Teheran
La posizione geografica e politica dell’Iraq lo colloca al centro di una delicata competizione strategica. Da un lato Baghdad mantiene relazioni fondamentali con gli Stati Uniti, partner essenziale per la sicurezza e la cooperazione militare. Dall’altro, l’influenza iraniana continua a permeare ampi settori della politica, dell’economia e della sicurezza irachena. La recente formazione del governo guidato da Ali al-Zaidi rappresenta un esempio emblematico di questo equilibrio. La sua figura è emersa come soluzione di compromesso in una fase caratterizzata da forti tensioni tra le diverse componenti politiche interne e dagli interessi delle principali potenze regionali. Non è un caso che la scelta sia maturata dopo mesi di stallo politico e in un contesto nel quale Washington e Teheran hanno continuato a esercitare un’influenza significativa sugli sviluppi interni iracheni. L’Iraq continua dunque a muoversi all’interno di uno spazio strategico estremamente ristretto, nel quale ogni scelta politica viene inevitabilmente interpretata anche alla luce del confronto tra Washington e Teheran. Come evidenziato dal più recente Iraq Risk Assessment del Geopolitical Risk Observatory della Luiss, l’Iraq continua a presentare criticità strutturali legate alla governance, alla sicurezza e all’esposizione alle tensioni regionali. La combinazione tra fragilità istituzionale e pressione geopolitica rende il Paese particolarmente vulnerabile agli effetti delle crisi che attraversano il Medio Oriente.
Il nodo irrisolto delle milizie
Uno degli elementi che maggiormente condizionano la stabilità irachena riguarda il ruolo delle Popular Mobilization Forces (PMF). Nate durante la guerra contro lo Stato Islamico, esse sono state progressivamente integrate nel sistema di sicurezza nazionale senza tuttavia perdere completamente le proprie strutture autonome. La questione va oltre il semplice piano militare. Alcune componenti delle PMF esercitano infatti una significativa influenza politica, economica e sociale. Questo fenomeno pone interrogativi fondamentali sulla capacità dello Stato di mantenere il monopolio dell’uso della forza e di esercitare pienamente la propria sovranità. Il problema non riguarda soltanto la sicurezza interna, ma la stessa natura dello Stato iracheno e la sua capacità di governare in modo efficace un territorio caratterizzato da forti pressioni interne ed esterne.
L’ombra della guerra regionale
Gli sviluppi degli ultimi mesi mostrano come l’Iraq sia sempre meno uno spettatore delle dinamiche regionali. Le indiscrezioni relative all’utilizzo di infrastrutture situate nel deserto occidentale iracheno nell’ambito delle operazioni contro l’Iran hanno riacceso il dibattito sulla reale capacità di Baghdad di sottrarsi alle logiche del confronto regionale. Al di là della verifica delle singole ricostruzioni giornalistiche, il dato strategico appare evidente: il territorio iracheno continua a essere percepito dagli attori regionali come uno spazio operativo fondamentale nel confronto tra Israele, Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati. Questo fenomeno evidenzia una fragilità strutturale della sovranità irachena. Il Paese si trova infatti a gestire una posizione geopolitica che lo rende inevitabilmente esposto alle tensioni che attraversano il Levante e il Golfo.
Energia e vulnerabilità strategica
Secondo le più recenti valutazioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il petrolio continua a rappresentare oltre il novanta per cento delle entrate pubbliche e delle esportazioni nazionali, rendendo il Paese particolarmente sensibile alle oscillazioni dei mercati energetici e agli shock geopolitici regionali. Questa dipendenza espone Baghdad agli shock geopolitici e alle oscillazioni dei mercati energetici internazionali. Le tensioni che hanno interessato lo Stretto di Hormuz e le rotte energetiche regionali hanno dimostrato ancora una volta come la sicurezza energetica e la sicurezza nazionale siano ormai dimensioni inseparabili. In assenza di una significativa diversificazione economica, ogni crisi regionale rischia di trasformarsi rapidamente in una crisi fiscale, sociale e politica. A ciò si aggiungono elevata disoccupazione giovanile, crescita demografica e persistenti difficoltà nel settore dei servizi pubblici.
La minaccia jihadista non è scomparsa
La sconfitta territoriale dello Stato Islamico ha certamente ridotto la capacità dell’organizzazione di controllare vaste porzioni di territorio. Tuttavia, sarebbe un errore considerare definitivamente superata la minaccia jihadista. Le reti residue dell’Isis continuano a operare in alcune aree del Paese, mentre l’instabilità siriana e la gestione dei detenuti jihadisti rappresentano fattori di rischio che potrebbero favorire nuovi processi di radicalizzazione e reclutamento. Diversi centri di ricerca internazionali, tra cui il Washington Institute e l’International Crisis Group, sottolineano come la minaccia non risieda tanto nella capacità di ricostituire un’entità territoriale analoga al Califfato, quanto nella persistenza di reti clandestine, dinamiche di radicalizzazione e capacità di adattamento dell’organizzazione. La caduta del regime di Bashar al-Assad e il deterioramento della situazione lungo il confine siro-iracheno hanno ulteriormente accresciuto tali preoccupazioni. Il trasferimento di migliaia di detenuti affiliati allo Stato Islamico da strutture siriane verso l’Iraq e il rischio di dispersione di elementi radicalizzati costituiscono variabili che meritano particolare attenzione. La vera lezione degli ultimi anni è che la perdita del territorio non coincide necessariamente con la scomparsa della minaccia. Le organizzazioni jihadiste hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento, modificando strutture operative, modalità di reclutamento e strategie di propaganda.
Dalla sicurezza alla competizione cognitiva
Accanto alla dimensione militare emerge una sfida sempre più rilevante: quella cognitiva. Se negli anni Duemila la minaccia era rappresentata principalmente dall’insurrezione armata e successivamente dalla conquista territoriale dello Stato Islamico, oggi una parte crescente della competizione si sviluppa nell’infosfera. La diffusione di narrative polarizzanti, la propaganda online, le campagne di influenza e i processi di radicalizzazione digitale stanno progressivamente trasformando il dominio cognitivo in un nuovo terreno di confronto. Attori statali e non statali competono per orientare percezioni, identità e comportamenti, sfruttando piattaforme digitali, reti sociali e vulnerabilità informative. L’Iraq rappresenta un osservatorio privilegiato di questa trasformazione. Milizie, organizzazioni estremiste e potenze regionali competono non soltanto per il controllo di risorse e territori, ma anche per la capacità di orientare il dibattito pubblico e costruire consenso. In tale contesto, la sicurezza nazionale non può più essere interpretata esclusivamente in termini militari. Diventa sempre più importante comprendere i processi di influenza, radicalizzazione e manipolazione informativa che attraversano le società contemporanee.
Perché l’Iraq conta per l’Italia
Per l’Italia, l’Iraq rappresenta un dossier strategico di primaria importanza. Roma mantiene una presenza diplomatica consolidata a Baghdad e partecipa attivamente agli sforzi internazionali per la stabilizzazione del Paese. Le recenti misure di sicurezza adottate dalla Nato Mission Iraq, che nel marzo 2026 ha temporaneamente rimodulato la propria presenza sul terreno a causa del deterioramento del quadro regionale, hanno evidenziato come la sicurezza irachena continui a essere strettamente legata alle dinamiche geopolitiche dell’intero Medio Oriente. L’interesse italiano non si limita alla dimensione militare. La stabilità irachena incide direttamente sulla sicurezza del Mediterraneo allargato, sulla lotta al terrorismo, sulla sicurezza energetica e sulla tutela degli interessi economici nazionali nella regione. In un contesto caratterizzato da crescente competizione geopolitica, l’Iraq continua a rappresentare uno snodo fondamentale per comprendere le dinamiche che collegano Medio Oriente, Golfo e Mediterraneo.
Conclusioni
L’Iraq rappresenta oggi uno dei più significativi stress test della sicurezza regionale. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran, il ruolo delle milizie, la fragilità economica, la persistente minaccia jihadista e la crescente rilevanza della dimensione cognitiva convergono nello stesso spazio strategico. Baghdad non è soltanto un osservatorio privilegiato del Medio Oriente contemporaneo: è il luogo in cui si manifestano, spesso in anticipo, le trasformazioni che influenzeranno la sicurezza regionale ed europea nei prossimi anni. L’Iraq non è più il “problema iracheno” degli anni successivi al 2003. È il crocevia delle principali crisi del nuovo Medio Oriente. La sfida che attende il governo di Ali al-Zaidi non riguarda soltanto la gestione delle crisi presenti, ma la capacità di rafforzare istituzioni statali ancora fragili in un contesto segnato dalla competizione tra potenze, dal peso delle milizie e dall’emergere di nuove forme di conflitto nel dominio cognitivo. Per questo motivo, osservare Baghdad significa osservare in anticipo molte delle dinamiche che potrebbero definire il futuro equilibrio della regione nel prossimo decennio. In questo senso, l’Iraq continua a rappresentare non soltanto un osservatorio privilegiato delle crisi regionali, ma anche un indicatore anticipatore delle trasformazioni strategiche che interesseranno il Mediterraneo allargato e la sicurezza europea nei prossimi anni. In una regione segnata dal ritorno della competizione tra potenze, dall’instabilità cronica e dall’emergere di nuove forme di conflitto, Baghdad continua a rappresentare uno dei principali laboratori strategici del Medio Oriente contemporaneo.

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