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di Massimiliano Di Fede
Di fronte alla realtà che bussa alla porta, i castelli di carte ideologici crollano sempre. L’ultima spallata arriva nientemeno che da Claudio Descalzi, l’uomo che per anni ha guidato la missione “indipendenza da Mosca”. L’Ad di Eni, con il pragmatismo di chi deve far quadrare i conti energetici di una nazione, ha ammesso l’ovvio: senza i miliardi di metri cubi di gas russo, l’Italia rischia di restare al freddo o, peggio, di finire in bancarotta.
Mentre nei salotti televisivi si discute di ‘etica delle forniture’ sorseggiando bollicine, compresa Giorgia Meloni che al Vinitaly di Verona celebra le eccellenze italiane tra un calice e l’altro, il Paese reale è fermo al distributore a guardare il display che segna cifre da incubo: il diesel ha ormai sfondato la barriera dei 2,15 euro al litro e le bollette, nonostante i proclami sui decreti energia, continuano a erodere i risparmi delle famiglie. Per i “benpensanti” con lo stipendio blindato e l’auto blu, un aumento del 30% dei costi energetici è un fastidio statistico. Per chi deve scegliere tra il riscaldamento e la spesa alimentare, è un dramma sociale.
Non possiamo dimenticare la celebre (e infelice) alternativa posta da Mario Draghi: “Volete la pace o i condizionatori?”. Quella frase è diventata il simbolo di una narrazione tossica che ha ridotto un problema geopolitico e industriale complesso a una questione di termostato domestico.
Oggi scopriamo che il problema non erano i condizionatori dei cittadini, ma le acciaierie, le fabbriche e i trasporti che tengono in piedi il Pil. La politica ha giocato d’azzardo con la pelle degli italiani, convinta che bastasse un bando morale per sconfiggere la Russia, salvo poi trovarsi a pregare per un ritorno al pragmatismo quando lo Stretto di Hormuz si scalda e le alternative (care e scarse) iniziano a mancare.
La schizofrenia politica raggiunge il suo apice nel dibattito sulle sanzioni. Da un lato, ci viene detto che comprare gas russo “finanzia la guerra” (eppure oggi Descalzi ci suggerisce di ricomprarlo per non affondare). Dall’altro, quando si parla di sospendere i contratti con Israele in seguito ai tragici eventi in Medio Oriente, la stessa politica insorge: “Farebbe male all’economia italiana!”. Dunque, il gas russo faceva male (fino a ieri, oggi forse è necessario). Mentre, sospendere gli affari con Israele fa male subito.
La sensazione è che l’etica sia diventata un bene di lusso, da usare a corrente alternata a seconda della convenienza del momento, mentre l’unica costante resta l’inflazione dei beni al consumo che divora i salari. Il “Paese reale” non chiede cinismo, chiede coerenza. Se l’energia è un bene strategico, non può essere trattata come un post su Facebook per raccattare like facili o per fare i “primi della classe” a Bruxelles.
Le dichiarazioni di Descalzi non sono un tradimento, ma un bagno di realtà. Resta da capire se i politici che frequentano i salotti tv avranno il coraggio di ammettere che la loro “strategia dei condizionatori” è fallita, o se continueranno a chiedere sacrifici agli altri mentre loro continuano a vivere nella bolla di una politica che non sa più quanto costa un litro di latte.
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