Ferie illimitate, chief happiness officer e manager più empatici: così le aziende affrontano il burnout

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La tutela della salute mentale non è più un semplice benefit accessorio, ma un pilastro fondante della sostenibilità e della cultura organizzativa delle aziende, richiesta a gran voce da manager e collaboratori. Un cambio di paradigma dimostrato dalle realtà lavorative più all’avanguardia, che si spingono già verso best practice un tempo impensabili, come l’introduzione delle ferie illimitate per prevenire il burnout o la nomina di veri e propri chief happiness officer aziendali dedicati alla motivazione dei team. Eppure, nonostante i passi in avanti, la strada da fare è ancora lunga, tra timori di discriminazione e sottovalutazione del problema.

Il paradosso del benessere: sdoganato il tema, resta la paura del giudizio

Secondo il Workplace Mental Health Survey 2026 firmato da Nami e Ipsos, quasi tre lavoratori su quattro (74%) considerano ormai sdoganato il tema della salute mentale in azienda. Tuttavia, lo stigma è ben lontano dallo scomparire: il 43% di chi lavora in realtà con corsi di formazione dedicati teme ancora di essere giudicato, una quota che sale al 52% nelle organizzazioni che non offrono alcun supporto informativo.

Sempre secondo lo studio internazionale, in uno scenario dove il 53% dei collaboratori si sente esausto a causa del troppo lavoro e sopraffatto dalle mansioni (39%), più di un quarto (26%) arriva a prendere in considerazione l’idea di licenziarsi per problemi di salute mentale legati al lavoro. Un quadro d’insieme che riflette la portata globale del fenomeno, dove lo stress estremo sul posto di lavoro causa, secondo un recente report dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), un bilancio drammatico di 840mila morti all’anno.

In Italia il benessere psicologico sui luoghi di lavoro viaggia a due velocità. Secondo un’indagine condotta da Great Place to Work Italia tra il 2022 e il 2025 su un campione di 310mila collaboratori in 496 aziende, le realtà certificate registrano indicatori di salute mentale superiori del 33% rispetto alla media nazionale (calcolata tramite il report European Workforce Study). Solo il 38% dei collaboratori delle imprese italiane analizzate afferma infatti di lavorare in un ambiente sano dal punto di vista psicologico, mentre nelle realtà certificate come great place to workla percentuale raggiunge il 71%.

Il quadro è ancora più preoccupante se si guarda alla sua evoluzione: tra le organizzazioni certificate la quota di collaboratori che ritiene di lavorare in un ambiente sano dal punto di vista psicologico è scesa dal 76% del 2022 al 71% del 2025, un calo di 5 punti percentuali in tre anni che ha colpito soprattutto la fascia 26-34 anni (dal 74% al 68%) e i responsabili di primo livello (dal 76% al 70%) che hanno fatto registrare un calo del 6%, mentre i vertici aziendali restano sostanzialmente stabili (dal 90% all’89%).

Dallo stigma alla leadership empatica: perché il benessere è una leva competitiva

“Per le aziende investire nella salute mentale dei dipendenti non è più una scelta, ma una necessità assoluta”, spiega Gaia Morselli, head of consulting services di Great Place To Work Italia. “Le tendenze mondiali e i nostri dati lo confermano quotidianamente: una employee experience che tuteli concretamente il benessere psicologico contribuisce ad accrescere il vantaggio competitivo. Nel 2026 non basta più concedere benefit accessori: solo le aziende capaci di integrare l’ascolto e il supporto psicologico dei collaboratori nel proprio Dna saranno in grado di attrarre e trattenere i migliori talenti”.

Ad alimentare questo malessere diffuso, secondo il Workplace Mental Health Survey 2026, sono spesso la cultura del silenzio, il timore del giudizio e la paura di apparire deboli (33%) o di subire ritorsioni professionali. La sofferenza, inoltre, colpisce in modo sproporzionato alcune categorie: a riferire uno stato di salute mentale “scadente” sono in prevalenza i dipendenti Lgbtq+ (35%), i giovani tra i 18 e i 29 anni (22%) e le donne (21%), mentre tra i caregiver il tasso di burnout sale al 61% (rispetto al 49% dei non-caregiver).

Per colmare il divario e costruire ambienti sani, i collaboratori guardano direttamente alla leadership: l’84% individua nei propri manager diretti i principali responsabili nel favorire il dialogo sul benessere emotivo, seguiti dal dipartimento HR (83%). “La vera sfida competitiva per le organizzazioni non consisterà nell’offrire qualche iniziativa formale o di facciata, ma nell’abbattere definitivamente lo stigma legato al benessere psicologico”, conclude Morselli. “Formare la dirigenza all’empatia e strutturare un ecosistema fatto di supporto e fiducia reale sono oggi gli unici ingredienti capaci di trasformare un’azienda in un vero great place to work”.

Dalle ferie illimitate al chief happiness officer: 5 casi pratici di innovazione aziendale

A dimostrazione di questa trasformazione, alcune realtà certificate Great Place to Work hanno già introdotto soluzioni innovative per tutelare la salute mentale dei collaboratori:

  1. Ferie illimitate (Bending Spoons): l’azienda IT ha eliminato ogni tetto massimo per le vacanze, permettendo agli spooners di prendere tutti i giorni di ferie che desiderano per evitare il burnout. Il dipartimento hr monitora chi non prende abbastanza riposo per assicurarsi che non ci siano blocchi legati al lavoro. A questo si aggiungono consulenze in tema di salute mentale illimitate e rimborsate (o tramite piattaforma anonima) sia per i collaboratori che per le loro famiglie.
  2. Chief happiness officer (Prestiter): più che un ruolo hr tradizionale, l’azienda ha introdotto la figura del chief happiness officer (Cho). Questo professionista è il vero custode del benessere e della motivazione, con il compito di ascoltare i bisogni e i talenti delle persone, garantendo che le scelte aziendali siano sempre orientate alla felicità e alla fioritura collettiva in un ambiente concepito come un organismo vivente.
  3. “Team Camp” (Hilti): per staccare dalla routine del lavoro quotidiano, Hilti organizza workshop fuori sede chiamati “Team Camp”. Il format “Care and perform” ha affrontato lo stress da iper-connessione integrando sessioni di meditazione. Inoltre, l’azienda ha offerto un programma facoltativo di tre giorni con app di monitoraggio della frequenza cardiaca, aiutando i dipendenti a comprendere come lo stress e le pause influiscano direttamente sulla loro salute fisica.
  4. Alleati della salute mentale (Accenture): con la campagna globale Mind the Gap, l’azienda ha spinto i propri leader a esporsi in prima persona contro lo stigma. Oltre 150 dirigenti hanno preso l’impegno di diventare alleati della salute mentale. L’azienda organizza anche Giornate del benessere territoriali (ad esempio in Giappone) con consulenze in ufficio, chioschi dedicati e workshop con partner specializzati.
  5. Empatia formativa Real (AbbVie): per supportare i manager nel delicato compito di ascoltare i dipendenti, AbbVie ha lanciato il corso di formazione Real Essentials (acronimo di Rispettoso, Empatico, Autentico, Ascolta). Questa pratica insegna ai leader a identificare i momenti chiave del benessere quotidiano, permettendo loro di aprire le riunioni con maggiore calore umano e di intervenire sulle cause di stress organizzativo, migliorando parallelamente la produttività e la fidelizzazione dei talenti.

L’articolo Ferie illimitate, chief happiness officer e manager più empatici: così le aziende affrontano il burnout è tratto da Forbes Italia.

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