Femminicidio, voglio che leggiate come una donna sopravvissuta ai maltrattamenti risponde a Vannacci

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Voglio condividere sul mio blog la risposta che Patrizia Cadau, sopravvissuta ai maltrattamenti familiari, ha dato a Vannacci in merito al femminicidio.

A differenza di Patrizia Cadau, credo che l’ex generale non abbia mai sentito la canna di una pistola puntata alla testa, come è accaduto a tante donne vittime di femminicidio. Né, come ha raccontato un’altra donna nei commenti al post di Cadau, abbia mai provato la paura di mani strette intorno al collo o di un coltello alla gola.

Vannacci è sempre stato protetto dalle armi e da un intero esercito. Le donne che subiscono violenza, invece, non sono protette né da eserciti né da armi. Possono vivere libere dalla violenza soltanto attraverso il riconoscimento di quella sottocultura che la legittima e grazie alla forza delle parole disarmate, e dalla solidarietà e consapevolezza della società che purtroppo, continua a essere attraversata da odio, discriminazioni e stereotipi nei confronti delle donne.

E’ una guerra millenaria contro i corpi e le vite delle donne che si riproduce ogni giorno con parole o violenze. Ricatti e discriminazioni sul lavoro che rendono vano quel “merito” di cui tanto ciancia Vannacci, foto rubate che de-umanizzano le donne nelle chat di uomini “per bene” e di altri crimini quotidiani. All’ex generale hanno risposto con indignazione anche i familiari di quattro donne vittime di femminicidio: Damiano Rizzi, fratello di Tiziana Rizzi; Flamur Sula, padre di Ilaria Sula; Vera Squatrito, madre di Giordana Di Stefano; Imma Rizzo, madre di Noemi Durini.

Ma Vannacci, che ha dismesso la divisa e continua a essere protetto dai suoi privilegi, resta sordo e annuncia già la guerra ai diritti delle donne, delle comunità LGBT e delle persone migranti, facendo del pregiudizio misogino, razzista e omofobo il carburante di un progetto politico che divide il Paese tra un “noi” e un “voi”. Tra i “normali” e gli o le “anormali”.

Una strategia che cavalca e legittima l’odio, alimentando fratture e contrapposizioni. Sembra proprio che l’ex generale e oggi deputato al Parlamento Europeo, non riesca a vivere disarmato: ora che non porta più la divisa, arma le parole. Il rischio è che chi si riconosce in quella retorica finisca per considerare legittima anche la violenza e prima o poi, la trasformi in azione.

Buona lettura.

Generale Vannacci,
ha mai sentito il freddo di una canna di fucile puntata alla testa?

Probabilmente sì.
Lei è un generale. Le armi le conosce e le maneggia meglio della retorica. Le ha studiate, maneggiate, insegnate.

Io invece sono una donna qualsiasi e non avrei mai immaginato di dover imparare che temperatura ha una canna di fucile quando qualcuno decide di usarla per convincerti che la tua vita vale meno della sua volontà.

Quando è successo non esistevano il Codice Rosso, la Convenzione di Istanbul non era entrata nel linguaggio comune e nessuno trascorreva le serate a discutere se fosse più corretto dire omicidio o femminicidio.

Eppure le donne morivano lo stesso.

La differenza è che allora ci si accontentava della cronaca. Una donna era stata uccisa, un uomo era stato arrestato e la storia finiva lì. Nessuno sentiva il bisogno di domandarsi che cosa avesse reso possibile tutto questo. Nessuno si chiedeva perché, con impressionante regolarità, fossero quasi sempre gli uomini a uccidere e le donne a morire.

Per questo osservo con una certa perplessità la sua battaglia contro la parola femminicidio.

Vede, generale, io una risposta me la sono data.

Mi sono convinta che quella parola dia fastidio perché costringe a guardare dove molti preferirebbero non guardare.

Se dico omicidio descrivo un fatto.

Se dico femminicidio sono costretta a interrogarmi sul motivo.

Ed è il motivo che crea disagio.

Perché il motivo ci obbliga a parlare di possesso, di controllo, di una cultura che per secoli ha considerato normale che una donna dovesse adattarsi alle aspettative di un uomo.

Negli ultimi giorni ho pubblicato una domanda sui social.
Ho chiesto alle donne quale comportamento oggi riconoscano come violenza quando allora sembrava ancora amore.

Mi aspettavo risposte diverse.

Ho trovato la stessa storia raccontata da persone che non si conoscono e che non si incontreranno mai.

Ho trovato donne che descrivevano la lenta rinuncia a se stesse con parole diverse ma attraverso un meccanismo identico. E leggendo quelle testimonianze ho pensato che il problema non fosse la parola femminicidio.

Il problema era che centinaia di persone riconoscevano immediatamente quel percorso, perché lo avevano già incontrato nella propria vita, nella vita di una sorella, di un’amica, di una madre o di una figlia.

Per questo, Generale, la considero parte del problema.

Non perché abbia espresso un’opinione. Le opinioni non mi spaventano.

Mi preoccupano invece le conseguenze che certe opinioni producono quando vengono pronunciate da chi gode di autorevolezza, visibilità e consenso.

Da quando ha iniziato questa battaglia contro il termine femminicidio, sotto i miei post sono ricomparse persone livorose e violente che non discutevano i fatti e nemmeno una sentenza definitiva della Corte di Cassazione che ha accertato anni di maltrattamenti.
Discutevano me, come se screditare chi racconta fosse sufficiente a cancellare ciò che è accaduto.

E non lo facevano perché avevano scoperto qualcosa che i giudici ignoravano.

Lo facevano perché si sentivano finalmente rappresentati e legittimati da lei ad offendermi, a ridicolizzarmi, a sminuirmi.

È questo il punto che mi interessa.

Non la parola. L’effetto.

Perché quando una figura pubblica trasforma un fenomeno in una caricatura ideologica, offre inevitabilmente un rifugio a chi quel fenomeno non ha mai voluto riconoscerlo.

Lei probabilmente pensa di aver aperto una discussione linguistica.

Io credo che abbia fatto qualcosa di diverso.

Credo che abbia rassicurato molte persone che non vedevano l’ora di sentirsi dire che il problema non era poi così grave, che si trattava di un’esagerazione, che le donne stavano ingigantendo la questione.

E trovo singolare che un uomo che ha servito lo Stato continui a preoccuparsi della parola usata per descrivere il fenomeno più di quanto sembri preoccuparsi del fenomeno stesso.

Perché vede, generale, io alla fine una cosa l’ho imparata.

La violenza non ha mai avuto bisogno di essere incoraggiata.
Le è sempre bastato trovare qualcuno disposto a raccontare che, in fondo, non fosse davvero un problema.

Ora questo qualcuno è lei.

Io, però, ho una sentenza di Cassazione, lei no.
Lei ha il plauso di migliaia di fiancheggiatori della violenza.
Per essere un uomo che dice di appellarsi a dei valori, sta camminando sulla carne e il sangue di chi non può nemmeno più mandarla a quel paese.
E per essere un militare non c’è davvero niente di più vigliacco.

L'articolo Femminicidio, voglio che leggiate come una donna sopravvissuta ai maltrattamenti risponde a Vannacci proviene da Il Fatto Quotidiano.

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