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La vicenda di Fabio Colapietro, il trentanovenne trovato morto e fatto a pezzi in un appartamento a Torino, ricorda, ma se ne discosta, una vicenda che aveva già profondamente colpito l’opinione pubblica italiana, quella di Luca Varani. Secondo quanto finora ricostruito dagli inquirenti, il caso di Torino sarebbe maturato all’interno di un festino protrattosi per giorni, durante il quale sarebbero state consumate diverse sostanze. La dinamica della morte della vittima, tuttavia, è ancora oggetto di accertamento.
Il riferimento al caso Varani nasce da una somiglianza apparente: anche allora più persone si trovavano chiuse in un appartamento, in un contesto di consumo massiccio di sostanze stupefacenti, e la situazione sfociò nella violenza contro una terza persona. Ma proprio qui la differenza diventa significativa. Secondo la ricostruzione della procura l’obiettivo dei due era quello di infliggere a Varani “sofferenze fino a farlo morire, allo scopo di trarre piacere da tale esperienza, nella consapevolezza che la loro azione avrebbe comportato l’uccisione della vittima”. C’era dunque una decisione presa a monte, che differenzia quella vicenda dal caso Colapietro. Le sostanze stupefacenti, nel primo caso, possono essere lette dunque come un elemento di disinibizione rispetto a desideri e intenzioni già presenti, per i quali il soggetto può avvertire un limite che fatica a superare senza l’aiuto di qualcosa che ne attenui i freni.
Nel caso Colapietro, invece, la ricostruzione finora emersa indica un contesto iniziale del tutto diverso: un gruppo riunito per consumare sostanze e, secondo una delle ricostruzioni riportate dalle cronache, una improvvisa lite degenerata. Se è vero che le due contingenze iniziali possono apparire simili, la differenza tra i due casi appare tuttavia netta. Nel secondo caso non sembra vi fosse alcuna premeditazione. Ed è proprio questa differenza a consentire una riflessione più ampia: quella sui demoni che, preesistenti e interrati nell’animo umano, possono essere evocati e lasciati emergere dall’alterazione prodotta dalle sostanze.
Nel caso Varani, il sadismo — inteso come riduzione dell’altro a oggetto— fu il movente. Nel caso Colapietro, invece, gli intenti iniziali, per quanto emerge dalle cronache e dovrà essere ulteriormente accertato dagli inquirenti, sembrerebbero essere stati differenti: ritrovarsi, consumare sostanze, alterare la coscienza, costruire una parentesi separata dalla vita ordinaria, per poi tornare alla propria esistenza. La violenza sarebbe esplosa successivamente, non premeditata. È proprio questo scarto a risultare inquietante. Gli intenti di partenza possono essere radicalmente diversi, ma l’esito può arrivare a una zona nella quale emergono componenti aggressive profonde, difficilmente controllabili.
Occorre però essere molto chiari: questo non significa affatto che chiunque faccia uso di sostanze stupefacenti sia destinato a diventare violento. Sarebbe un’equazione del tutto errata. Né una condizione psicopatologica né l’uso di una sostanza costituiscono, da soli, una spiegazione sufficiente di un comportamento criminale.
Il punto è un altro. In linea generale la clinica ci insegna che alcuni individui possono avere dentro di sé componenti aggressive che rimangono per tutta la vita silenziose, protette dalle strutture della personalità, dalle relazioni e dalle regole del vivere sociale. In determinate condizioni, tuttavia, qualcosa può allentare quelle difese e permettere a ciò che normalmente rimane sotto controllo di manifestarsi.
La storia dell’uomo ci ha mostrato più volte come condizioni sociali e politiche estreme — le guerre, il crollo delle istituzioni, il venir meno delle regole condivise, la dissoluzione dei vincoli comunitari — possano aprire spazi inattesi alla violenza. È accaduto nella storia che uomini fino a poco prima inseriti in una vita ordinaria si trasformassero, dentro un nuovo contesto, in persecutori e aguzzini. Quando il limite esterno si indebolisce, anche il limite interno può essere messo alla prova.
Vi sono dunque soggetti che sembrano ricercare deliberatamente la disinibizione, utilizzando le sostanze proprio per oltrepassare un limite che avvertono come pericoloso ma desiderabile, come nel caso Varani. In altri casi, invece, chi assume una sostanza potrebbe non avere una consapevolezza altrettanto chiara di ciò che quella disinibizione può mettere in movimento.
È in questo senso che la metafora del vaso di Pandora può essere utile. La sostanza non crea necessariamente il demone: può, in determinate condizioni, contribuire ad aprire il contenitore nel quale quel demone era rimasto confinato. E ciò che ne fuoriesce può essere qualcosa che lo stesso soggetto, pur capace di intendere, non aveva mai pienamente riconosciuto come appartenente a sé.
L'articolo Fabio Colapietro e Luca Varani, due omicidi con una somiglianza solo apparente proviene da Il Fatto Quotidiano.





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