Energia, debito comune e virus cinese. L’agenda di Confindustria per Meloni e von der Leyen

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La sensazione, entrando nella Nuvola di Fuksas all’Eur, era quella di un evento dal sapore anche politico. Non solo per la tornata elettorale di poche ore prima, ma anche perché di fatto l’assemblea di Confindustria del 2026 aveva già un piede nella prossima campagna elettorale. Insomma, l’assise degli Industriali è arrivata in un momento che più delicato non poteva essere. La concorrenza cinese è sempre più vischiosa, l’Intelligenza Artificiale riscrive, giorno dopo giorno, il perimetro degli affari e la crisi energetica sta stressando come non mai l’intero sistema produttivo nazionale. Tanto è bastato, al presidente Emanuele Orsini, per incastonare nelle trenta pagine di relazione pensieri e parole che suonano come un grido di allarme, ma anche come un’agenda per il governo in carica. E per quello che verrà.

Nella grande sala della Nuvola, la prima linea delle poltrone era tutta per le istituzioni. In piedi, tra gli altri, mentre risuonavano le note, come da tradizione, dell’Inno di Mameli, il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, la premier Giorgia Meloni, i ministri Carlo Nordio, Antonio Tajani, Adolfo Urso e Gilberto Pichetto Fratin. E poi, più o meno confusi nella gigantesca platea, imprenditori di ieri e di oggi, da Luca Cordero di Montezemolo a Marina Berlusconi, passando per qualche leader di partito, a cominciare da Nicola Fratoianni.

Il tempo del coraggio

Orsini ha dato il là alle sue considerazioni partendo dal metodo. E, con buon margine di certezza, rivolgendosi allo stesso esecutivo. “Questo è il tempo del coraggio, è il tempo di un grande appello a tutta la politica per un grande atto di responsabilità, fatto di scelte ispirate a fiducia e coraggio”. Insomma, agire in fretta “per tornare a una crescita del 2% l’anno perché altrimenti perderemo la nostra industria e milioni di posti di lavoro. Le sfide che dobbiamo affrontare richiedono a tutti noi un senso di responsabilità comune, forte e condiviso”. Ed è proprio l’invito al coraggio, alla fiducia e alla responsabilità il fil rouge delle trenta pagine del discorso del presidente di Confindustria.

“Per troppo tempo ci siamo accontentati di fare il minimo indispensabile invece del massimo necessario”. Nel complesso, “il Pil italiano nel 2025 è superiore di appena il 10% rispetto al 2000”. Nello stesso periodo “il Pil europeo è aumentato del 40%, quello degli Stati Uniti di quasi il 70%, quello cinese del 586%”. Non serve “cercare il colore politico dei governi degli ultimi decenni. La verità è che, collettivamente, non abbiamo fatto abbastanza. Non dobbiamo guardare indietro, ma avanti; cambiare metodo e mettere prima di tutto in sicurezza le imprese. Quelle che garantiscono lavoro, welfare e coesione sociale”. L’appello di Orsini, non è rivolto solo alla politica italiana, ma anche all’Unione europea: “Oggi l’Italia e l’Europa devono essere davvero capaci di compiere scelte coraggiose perché il momento della verità è arrivato”. Secondo il presidente di Confindustria, “ci sono scelte di politica industriale, energetica, di governance, di struttura della spesa pubblica e di relazioni industriali da compiere subito, con misure rapide ed efficaci.Perché senza produzione e crescita non c’è redistribuzione e non c’è futuro”.

Cinque leve per non soccombere

Ed ecco l’agenda degli industriali. “La responsabilità nazionale che invochiamo e proponiamo a tutte le parti politiche e sociali italiane deve muovere cinque leve per rimettere l’impresa al centro”. In questo senso le priorità da affrontare, per mettere le imprese nelle condizioni di crescere e “rafforzare il Paese sono: energia, crescita dimensionale delle pmi, contratti di sviluppo e innovazione, semplificazioni e riforma della legge 231, risorse adeguate agli obiettivi”. Per Orsini, “la prima leva è l’energia e lo ripeto con la forza che emerge da tutte le nostre assemblee sul territorio: per le imprese il prezzo dell’energia è ormai una vera e propria minaccia esistenziale. Non possiamo continuare a pagare nei nostri stabilimenti l’energia ai prezzi più cari d’Europa”. L’Italia, “per le scelte fatte nel passato rinunciando al nucleare, o per quelle delle Regioni oggi sulle rinnovabili, ormai è completamente fuori scala e fuori mercato. Diamo atto al governo di aver impostato una politica energetica di maggior equilibrio, precondizione per salvaguardare il tessuto produttivo”.

La seconda leva da azionare “è una politica industriale orientata alla crescita dimensionale e tecnologica delle piccole e medie imprese”, sottolinea Orsini. Perché “la sfida è costruire politiche selettive, sostenibili sul piano fiscale e coerenti con il tessuto produttivo. Il Paese cresce se le piccole aziende diventano medie e quelle medie diventano grandi”. La terza leva da azionare per tornare a crescere “sono i contratti di sviluppo: potenziarli significa credere nel principale strumento a sostegno dei grandi investimenti, che ha già riguardato oltre 1.500 imprese”. Occorre anche “estendere il più possibile la sperimentazione e la rapida applicazione dell’Intelligenza Artificiale in tutte le filiere della manifattura”. La quarta leva “sono le semplificazioni e la riforma della 231. Autonomia energetica e crescita dipendono da un ecosistema di regole stabili, un fisco prevedibile e organico, un’amministrazione capace di mettere in pratica le scelte della politica e le domande di investimento delle imprese. In tempi certi. Senza queste condizioni qualsiasi investimento rischia di arenarsi in continui rinvii. Anche qui si gioca la partita della fiducia. L’instabilità normativa è un male antico. Servono certezze”.

Ancora, la quinta leva da attivare, per Orsini, “è quella delle risorse adeguate agli obiettivi. Sappiamo che la finanza pubblica italiana ha margini molto stretti. Per questo pensiamo che la via da seguire sia quella di un’azione di responsabilità nazionale per mobilitare risorse private a fianco di quelle pubbliche. Cominciamo dal fisco che è una leva di competitività. Richiede una visione, non un accumulo di misure a breve termine, frammentate e inique. Non può essere un ostacolo agli investimenti. Anche su questo, vogliamo fare la nostra parte. L’Italia è quarta per pressione fiscale tra i Paesi avanzati, ma esistono 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile”. Orsini lancia una proposta al Governo e alle parti sociali: “lavoriamo insieme, su queste misure, alcune delle quali hanno perso la propria ragion d’essere o si sovrappongono tra loro. Analizziamole insieme. E identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola”.

Il dramma dell’energia

Certo, il cuore del problema, l’emergenza più immediata, è il costo dell’energia. Il cui prezzo “è ormai una vera e propria minaccia esistenziale per le imprese”. Secondo Orsini “non possiamo continuare a pagare nei nostri stabilimenti l’energia ai prezzi più cari d’Europa. L’Italia, per le scelte fatte nel passato rinunciando al nucleare, o per quelle delle Regioni oggi sulle rinnovabili, ormai è completamente fuori scala e fuori mercato”. Per il leader degli industriali occorre insomma “riportare l’energia nella competenza esclusiva dello Stato. L’appello che lanciamo a tutte le forze politiche è sbloccare le aree idonee per impianti fotovoltaici ed eolici di grande taglia. Proprio quelle aree che continuano a incontrare forti resistenze a livello regionale e locale, indipendentemente dal colore politico”.

Di qui la richiesta “coerenza tra le dichiarazioni nazionali e le decisioni sui territori: non si possono invocare più rinnovabili e poi bloccarne le autorizzazioni. Ci sono 4mila permessi richiesti dalle aziende per impianti rinnovabili che risultano ad oggi bloccati. Siamo a 85 gigawatt installati, ne servono ancora 50 da realizzare entro 4 anni. Un terzo di quanto installato non è stato ancora allacciato alla rete. Restano 131 gigawatt in attesa di autorizzazione. Il problema deve essere risolto subito”. Impossibile, alla luce di quanto detto, non chiamare in causa il nucleare. “Dobbiamo poi accelerare il ritorno al nucleare. Noi per primi, come imprese, siamo disponibili a ospitare i piccoli reattori modulari nei nostri stabilimenti e nei nostri distretti. Quando ci renderemo conto che si tratta di un fattore di sicurezza nazionale?”, ha evidenziato Orsini. E “serve la corrente di continuità a zero emissioni che le rinnovabili, pur necessarie, non possono garantire. Continuare a sostenere che il nucleare sia inutile perché servono 10-15 anni per attivarlo è falso. Inutile è ogni anno, ogni mese, che si perde. Per questo abbiamo apprezzato molto che il presidente del Consiglio abbia dichiarato di voler accelerare in Parlamento l’iter delle misure necessarie al ritorno al nucleare”, ha aggiunto il presidente. Ci auguriamo che tutti i partiti, in modo responsabile, sostengano l’avvio più veloce possibile della sperimentazione sul nucleare, perché è una scelta fondamentale per dare al nostro Paese l’autonomia energetica”.

Il virus cinese

Guardando, poi, al di là del proprio naso, se c’è una minaccia per il sistema industriale, quella è la Cina. E non solo per l’Italia, ma per tutta quanta l’Europa. “In un quadro internazionale peggiorato con la guerra in Ucraina e in Medio Oriente l’Ue deve cambiare strada e marcia perché il conflitto è causa di profonde crisi economiche che generano nuova povertà, erodono alleanze consolidate, trasformano l’energia e le materie prime in strumenti di ricatto. L’Europa deve cambiare strada e passo tocca a noi, ai suoi cittadini, tracciare il percorso. Nessun Paese europeo ha le risorse politiche ed economiche per affrontare da solo le sfide che abbiamo davanti: geopolitiche, tecnologiche, climatiche, demografiche”. Orsini ha sottolineato che “gli Stati Uniti e la Cina le affrontano con massicci investimenti pubblici e privati, anche sul piano militare, e con politiche protezionistiche. La dimensione europea è l’unica in grado di reggere l’urto”.

Orsini ha ricordato come “oggi la Cina è l’unica vera superpotenza industriale, da sola genera il 35% della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano messi insieme gli altri otto Paesi industrializzati messi insieme. Ma lo sappiamo, il Dragone gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna. La verità è che la Cina sta colonizzando i nostri mercati, se l’Europa non sosterrà fin da subito le nostre produzioni, rischiamo il deserto industriale”. Ma per reggere all’urto, come detto, servono soldi. E dunque debito comune. “Non chiediamo nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati. Il debito comune che chiediamo occorre per finanziare investimenti strategici: infrastrutture energetiche, nucleare, mobilità, reti digitali, intelligenza artificiale, ricerca, estrazione di minerali critici, scienze della vita e difesa. Solo così potremo affrontare la posizione dominante raggiunta dalla Cina”.

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