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di Francesco Miragliuolo*
Gira in questi giorni una campagna social nata da due pagine satiriche, Socialisti Gaudenti e De André racconta la Serie A, per portare “Elena” al governo. Non Elly: Elena, il nome di battesimo, come se dietro l’incerta segretaria del Pd si celasse una statista adulta e pronta, e bastasse chiamarla giusto per farla comparire. È quella che Bernard Manin chiamava “democrazia del pubblico”: si sceglie un volto, un’immagine, un carisma da schermo — non un programma. La forma perfetta della politica quando le idee sono finite.
E qui va detta la cosa che la campagna vorrebbe far dimenticare: Elena ha già fallito. Non è un’ipotesi, è un consuntivo. Il rebranding onomastico non promette un futuro, prova a resuscitare per via battesimale una leadership che i fatti hanno già seppellito.
Ha fallito come leader. Il Pd spiega ogni giorno che il premierato di Meloni è una deriva: il potere concentrato in un capo solo, il Parlamento svuotato. Ha ragione — è la lezione di Kelsen contro Schmitt, la democrazia è parlamentare e mediata, non l’unzione plebiscitaria dell’uomo (o della donna) sola al comando. Peccato che la stessa base democratica passi le giornate a incoronare una capa per acclamazione. È il premierato fatto in casa, senza nemmeno la scusa della riforma. Anzi peggio: è leaderismo senza leader, perché il capo non l’hanno neppure scelto — Schlein se lo contende ancora con Conte.
Ha fallito nel partito. In Campania la promessa del “basta cacicchi” con cui aveva vinto le primarie è finita in una dinastia: il figlio di De Luca fatto segretario regionale in cambio del via libera alla candidatura. Più di un secolo fa Ostrogorski aveva descritto il partito-macchina che soffoca i principi sotto il sistema dei capi locali; Michels lo aveva chiamato “legge ferrea dell’oligarchia”, il vertice che si autoperpetua. Il Pd ne è l’illustrazione vivente: si sale per fedeltà, non per merito, e i Giovani Democratici si arruolano nell’esercito di “Elena” appena l’operazione riceve il like dall’alto. Non una classe dirigente: un ufficio collocamento per appartenenza. E chi non tiene in riga nemmeno i propri eurodeputati — a Strasburgo, sul riarmo, metà delegazione ha votato contro la linea della segretaria — con quali braccia terrebbe insieme un governo?
Ma soprattutto ha fallito nelle idee, e non da ieri. Questo partito, quando ha governato — quasi ininterrottamente dal 2013 al 2022 — ha governato da destra. Il Jobs Act che ha smontato l’articolo 18, con la Cgil in piazza contro un esecutivo a guida Pd. Il reddito di cittadinanza, la più grande misura contro la povertà della storia repubblicana, votato da M5S e Lega mentre il Pd votava no (salvo piangerlo oggi, cancellato da Meloni). Il ddl Concorrenza di Draghi, con la spinta alla privatizzazione dei servizi pubblici locali — acqua compresa, contro il referendum del 2011. L’autonomia differenziata che oggi chiamano “spacca-Italia”: lo stesso impianto, la bozza di legge-quadro che ne aprì la strada la firmò Boccia, ministro Pd, nel Conte II.
Sui diritti civili qualcosa è stato fatto, le unioni civili restano una battaglia vera. Ma sul lavoro, sul fisco, sui beni comuni — il terreno che decide la vita delle persone — hanno tenuto l’agenda degli altri. Meloni non è caduta dal cielo: è il conto di quel decennio.
Ecco perché crolla anche la favola del “campo largo alternativa”. Il punto non è che il Pd sia di destra e il M5S di sinistra. È che nel governo dei migliori sono stati la stessa cosa: stesse liberalizzazioni, stessa acqua ai privati, stessa autonomia. È il vecchio trasformismo che Gramsci additava come malattia italiana: gli avversari che si assorbono a vicenda nel gestire l’esistente. E c’è pure la posa opposta, buona per le tribune: quando il tema è la ricchezza, la segretaria è “sempre stata favorevole” a tassare i grandi patrimoni — salvo precisare che la patrimoniale non è nel programma condiviso e che se ne discuterà “a settembre”. Tradotto: la si professa e la si rinvia, per non litigare con Renzi e Calenda.
Persino Ilaria Salis le ha chiesto pubblicamente se il problema della sinistra siano “gli eccessi del woke” o il non riuscire a sostenere “nemmeno una timida patrimoniale”. Rimescolare questi pezzi e metterci sopra un hashtag col nome di battesimo non li cambia.
Siamo, gramscianamente, in un interregno: il vecchio — il Pd come lo abbiamo conosciuto — muore, e il nuovo non riesce a nascere. In questi interregni, scriveva, si manifestano “i fenomeni morbosi più svariati”. La campagna per “Elena” è esattamente questo: un sintomo, non una cura.
La cura non è un altro capo in scatola — il cimitero è pieno, da Renzi a Calenda — né un altro nome virale. È invertire l’ordine dei fattori: prima il programma — lavoro, sanità pubblica, un fisco che pesi su chi ha di più, l’acqua davvero pubblica — e poi, semmai, il volto che lo incarna. L’esatto contrario di #Elena2027. Perché alla fine l’alternativa a Meloni e l’alternativa al culto del capo sono la stessa cosa. Finché la sinistra si cerca prima il nome e solo dopo le idee, continuerà a fabbricare meme mentre gli altri governano.
* Studente di Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli e attivista politico
L'articolo Elena2027, la campagna social per portare Schlein al governo non tiene conto di un dato importante proviene da Il Fatto Quotidiano.




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