Economia da stappare: viaggio nella Gallura, dove si estraggono 140mila quintali di sughero all’anno

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Contenuto tratto dal numero di luglio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Isola periferica rispetto ai grandi centri economici e politici, pur trovandosi al centro delle rotte del Mediterraneo, la Sardegna ha conosciuto invasioni, dominazioni e migrazioni. Se la Sicilia sorride al mare e agli scambi, la Sardegna appare più schiva e austera: una terra da cui si parte molto e dove raramente si torna, a conferma dell’aforisma di Cesare Pavese per cui “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”. Forse anche per questo alcune delle sue risorse più preziose sono ai margini del racconto economico nazionale.

Tra queste c’è il sughero, materia prima antica che continua a generare valore, occupazione ed esportazioni. Una filiera che ha il proprio epicentro in Gallura, tra Calangianus, Tempio Pausania e Luras, e che rappresenta uno dei casi più interessanti di specializzazione produttiva del Mezzogiorno.

La particolarità del sughero risiede anzitutto nella sua origine. A differenza di molte altre materie prime forestali, viene ottenuto senza abbattere l’albero. La corteccia della quercia da sughero (quercus suber) viene rimossa periodicamente attraverso la decortica, un’operazione che richiede esperienza e competenze tramandate nel tempo. La pianta continua a vivere, cresce e rigenera la propria corteccia per decenni.

I numeri dimostrano il peso della Sardegna nel comparto. L’isola concentra circa l’83% della superficie sughericola italiana. Vengono estratti oltre 140mila quintali, che equivalgono all’80% del totale nazionale. Ma il dato più interessante riguarda la capacità di trasformazione: oltre la metà delle imprese italiane del settore opera in Sardegna, all’interno di una filiera che comprende raccolta, stagionatura, lavorazione, ricerca e commercializzazione.

Il centro di questo sistema è Calangianus, di fatto la capitale italiana del sughero. Qui operano aziende specializzate nella produzione di tappi per il vino, pannelli isolanti, granulati e componenti tecnici destinati a diversi comparti industriali.
Secondo i dati del Distretto produttivo del sughero della Sardegna, l’area compresa tra Calangianus e Tempio Pausania genera oltre 190 milioni di euro di fatturato aggregato e supera i 215 milioni di euro di esportazioni. Un risultato che non mette però il comparto al riparo dalle difficoltà. Sullo scenario internazionale il principale concorrente resta il Portogallo, che controlla circa il 50% del mercato mondiale, contro il 12% della Sardegna.

Sul fronte interno pesano invece il cambiamento climatico, la diffusione di parassiti che minacciano le sugherete e la percezione, diffusa tra gli operatori, di politiche ancora non adeguate alla portata delle sfide. A tutto questo si affianca la necessità di diversificare di più gli utilizzi del sughero, riducendo la forte dipendenza dal settore dei tappi per il vino e sviluppando nuovi sbocchi industriali. Circa l’80% della produzione sarda è legata all’industria vinicola, una specializzazione che ha sostenuto per decenni la crescita del settore, ma che oggi espone le aziende alle difficoltà di un mercato in trasformazione. In un comparto dominato dal Portogallo, la Sardegna ha scelto di competere sulla qualità piuttosto che sui volumi. Ma non basta.

Tra le aziende che più hanno diversificato il proprio business spicca Emme Tre Corks, attiva non solo nel settore alimentare, ma anche della bioedilizia. La sua produzione spazia dai tappi per vini, spumanti e altri liquidi alimentari ai granulati di sughero ventilati a grana mista destinati a massetti, sottofondi e isolamento termoacustico. Sulla stessa linea si colloca il Sugherificio Sisaf, specializzato nella trasformazione del sughero per edilizia, isolamento termoacustico e bioedilizia, oltre che nella lavorazione della materia prima proveniente dalle sugherete sarde.

Tra i campioni storici del tappo emerge il gruppo Molinas: 106 anni di vita, 400 dipendenti, un fatturato di 40 milioni di euro, due milioni di tappi al giorno e ottomila ettari di sugherete di proprietà, che garantiscono l’autosufficienza e il controllo totale sulla filiera. Il gruppo è attivo anche nella bioedilizia con una serie di prodotti (pannelli, rotoli, granulati). Altra realtà storica della Gallura è il Sugherificio Colla & Fresu, specializzata nella produzione di tappi.

Il valore del comparto non si misura però soltanto in termini industriali. Le sugherete rappresentano uno degli ecosistemi più caratteristici del Mediterraneo occidentale. Proteggono il suolo dall’erosione, immagazzinano carbonio, ospitano biodiversità e contribuiscono alla tutela del paesaggio. Sempre più spesso diventano inoltre parte dell’offerta turistica legata all’enogastronomia e al turismo naturalistico.

Le sfide restano significative. Il cambiamento climatico, il rischio incendi, l’invecchiamento di parte del patrimonio forestale, la difficoltà di reperire manodopera specializzata pongono interrogativi sul futuro del settore. La decortica è un mestiere che richiede esperienza e il ricambio generazionale è uno dei nodi più delicati dell’intera filiera.

Eppure il caso del sughero sardo continua a offrire una lezione interessante. Dimostra come un territorio apparentemente periferico possa costruire un vantaggio competitivo globale partendo da una risorsa locale. E dimostra che una gestione intelligente del capitale naturale può generare ricchezza, occupazione ed esportazioni senza compromettere la risorsa stessa. In un’epoca in cui sostenibilità e competitività vengono spesso presentate come obiettivi contrapposti, la Gallura mostra che possono invece procedere nella stessa direzione.

L’articolo Economia da stappare: viaggio nella Gallura, dove si estraggono 140mila quintali di sughero all’anno è tratto da Forbes Italia.

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