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Il dibattito politico italiano, mi correggo il dibattito del potere che rappresenta il sistema politico italiano, è sempre più asfittico, deprimente, respingente e completamente autoreferenziale. Tutto incentrato sugli equilibri tra i partiti o loro costole create ad hoc per dare la solita suggestione elettorale dell’apertura alla società civile. I partiti in realtà non vogliono reali aperture. Eppure l’esito referendario di marzo su giustizia e magistratura avrebbe potuto indicare la rotta, se ci fossero però comandanti con la volontà di raggiungere mete altre rispetto a quelle già sufficientemente visitate.
Con le leggi elettorali degli ultimi anni, la riduzione scellerata del ruolo del Parlamento e la partitocrazia mai scomparsa, si è prodotto l’allontanamento della gente dalla politica, ma è anche sorto un bel protagonismo politico che vive oltre e nonostante tutta questa palude politica ed istituzionale. Mi riferisco alla lotta crescente per la difesa e l’attuazione della Costituzione, le mobilitazioni per la Palestina e contro le guerre, i movimenti per la difesa dell’ambiente contro i cambiamenti climatici e le sfide per i diritti civili e sociali. Protagonisti di questo modo diverso di fare politica sono soprattutto i giovani, le reti civiche, i movimenti e la politica dal basso in varie sue articolazioni.
La politica di sistema pensa sempre di poter neutralizzare, assorbire e controllare tutto ciò che si agita fuori dal palazzo. Ma non sempre le cose vanno come desidera il potere costituito. Si possono davvero costruire alleanze e convergenze in grado di realizzare non solo un’opposizione sociale e politica anti sistema ma anche di costruire una vera alternativa.
Tutto questo sta accadendo in diversi contesti e luoghi e anche nelle città. Esiste una voglia, forse non ancora emersa con forza, di largo protagonismo politico. Va preservata l’autonomia necessaria di questa energia che il sistema partitico cercherà di controllare ed assorbire. Resistere e lottare nel costruire alternative sociali e civiche, di forte matrice popolare, vuol dire anche aiutare alla fine i partiti a comprendere e magari a cambiare, ma questo è più complicato e complesso. Forse più facile fare la rivoluzione dal basso che eliminare la partitocrazia. Un sistema talmente allergico al cambiamento e alle autonomie e libertà che anche nelle città si assiste ad un sistema partitocratico che a volte fa rimpiangere la prima repubblica che con tutte le sue degenerazioni portava con sé anche una forte carica ideologica.
Quando parli del futuro delle città con esponenti dei partiti a livello locale comprendi subito che le loro azioni sono incatenate da decisioni che debbono essere prese a Roma nelle stanze della partitocrazia. E che sussiste una forte preoccupazione rispetto alle profonde e forti istanze politiche che vengono dal basso. Per la partitocrazia dei tempi che viviamo molto meglio l’astensione che la partecipazione, a loro fa piacere se la gente non va a votare così ancora di più se la possono cantare e suonare da soli. Esiste invece uno spazio per costruire politica, non necessariamente contro i partiti, ma oltre i partiti, se poi qualcuno comprenderà che i campi aperti sono più salutari dei campi larghi si potrebbe anche avanzare nella costruzione dell’alternativa alle destre che avanzano.
L'articolo È più facile fare la rivoluzione dal basso che eliminare la partitocrazia: lo spazio c’è proviene da Il Fatto Quotidiano.




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