È morto Giorgio Bracardi, il comico dell’assurdo più geniale di tutti i tempi. Da Scarpantibus a Catenacci, passando dall’urlo di Patroclo alle pernacchie: ecco il suo ritratto

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“In galeraaaa!”. Disturbatore, incontrollabile, pazzo, geniale. Giorgio Bracardi è stato il più grande comico italiano di tutti i tempi. Capiamoci. Parliamo di quella comicità all’impronta, televisiva prima di tutto, teatralcabarettistica con pianoforte e travestimenti in secondo luogo. Banda Arbore, intanto. Quella di Alto Gradimento e poi di Quelli della notte. Quindi nulla a che far con le pappe preordinate dei mille autori che imboccano mille comici su sesso e vita quotidiana quando va bene (tutto il palinsesto di Comedy Central) e sulla politica quando va male (vedi le maschere mummiesche di Crozza). Bracardi ideava enormi personaggi per brevi sketch. Insomma, non quelle litanie dilatate dei comici di Zelig. Prendi Scarpantibus, l’uccellaccio preistorico trovato in Nicaragua con degli scarponi militari rubati ad un esploratore, in sostanza il primo personaggio inventato per Alto Gradimento nel 1970. All’inizio è solo un verso animalesco, uno squittio per la radio; poi diventa epifania televisiva.

Una creatura piena di piume e penne tutte scarmigliate, becco strambo, gambe secche e scarponi ai piedi. Gli fanno domande, gli chiedono cose, e lui alla prima apparizione tv appare lanciando rotoli di carta igienica, poi risponde come un animale: emettendo incomprensibili versi. Bracardi è unico anche solo per questo. Far ridere in modo istintivo senza essere portatore di senso. Spesso entrava in scena saltellando. Nervosissimo. Occhi strabuzzati. Un urlo, un tormentone sbraitato, distruttivo. Non ricordiamo bene dove e quando, ma abbiamo in mente un Bracardi con una sorta di cuffia bianca e un vestitone lungo a sbuffo. Lo si vede in tv, in qualche programma, ma ci deve essere anche uno spezzone da un qualche film. Ebbene, nessuno spiega nulla. Bracardi inizia con un tormentone: “Perché non sei venuto? Tin”. Così secco. Senza senso alcuno. Pura follia creativa. Poi comincia a ripeterlo, stressa la frase, allunga le vocali, si contorce, digrigna i denti, si accartoccia e tira le braccia di uno spettatore. E all’improvviso deflagra, mani a coppa attorno alla bocca urlando: “Patroclooooooo”. E una, e due, e tre, e quattro volte, sempre più forte. Impossibile frenarlo. Bracardi esonda. “Patroclooooo”. Altra versione, altra idea distruttiva. Bracardi, figlio di cantanti lirici, sapeva suonare il pianoforte (come il fratello Franco, pianista del Costanzo show e inimitabile spalla di Banfi in Vieni avanti cretino). Mentre suona un brano romantico, da vero crooner, I love qui, I love là, fa una pernacchietta.

Una pernacchia, sì. Ghigna. Guarda il pubblico. Ripartono le strofe romantiche. E di nuovo una pernacchia più forte a interrompere. Anzi due. Ancora versi e ancora pernacchie. L’arte bracardiana, in fondo, è questa cosa qui: il nonsense che si fa manifesto, consapevole, inatteso, travolgente. A Quelli della notte, trasmissione di metà anni ottanta, da una parte c’è una ampia orchestra, dall’altra un salottino con Frassica/Frate Antonino, Ferrini che vende i pedalò e Catalano con le sue massime. In balconata c’è pure Roberto D’Agostino (Dagospia) e il suo edonismo reaganiano. E Bracardi che fa? L’incursore. Entra sempre in scena a disturbare, con Arbore magnifica spalla. Travestito ogni volta da strampalato figuro proveniente da mondi e luoghi differenti. Una volta è un ballerino di flamenco; un’altra è un messicano baffuto, poi è un greco con tutti gli stereotipi del caso, un cinese e un russo; e ancora: è un ballerino di tip tap col viso dipinto di lucido da scarpe nerissimo oppure fa una cosa che oggi farebbe andare in galera lui ed Arbore. Bracardi entra in scena con barba lunga e completo nero da ebreo ortodosso. “Shalom” qui, “shalom là”. Parla pure con la “r” moscia e regala ad Arbore un pezzo di muro del pianto.

E come ogni personaggio precedente dei suoi consegna prima quell’oggetto palla di vetro che ribaltandolo faceva cadere neve finta (ogni volta cambia il monumento nazionale che c’è al suo interno) e dopo aver evitato di essere smascherato (“lei mi ricorda qualcuno”, gli dice Arbore), finisce sotto la classica domanda del conduttore ripresa da Alto Gradimento: “ma le quanti anni ha?”. E Bracardi urla: 51! E se qualcuno storcerà il naso di fronte al dadaismo bracardiamo fategli vedere uno sketch del suo Ermanno Catenacci, il devoto del Duce, maglione nero, bretelle e braghe alla zuava. Una sorta di invasato romagnolo, uomo comune del Ventennio, che ogni volta in due tre minuti di sketch – qui Bracardi scrive dei testi fulminanti – racconta paradossali incontri tra Mussolini e altri assurdi ridicoli fascistoni. Irresistibile, irripetibile, assurdo Bracardi. Senza di lui non si riderà mai più come prima.

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