Denise, come sua madre Lea Garofalo, voleva essere libera

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“Le spaccammo le ossa mentre il corpo bruciava” disse Carmine Venturino nel 2013, l’allora fidanzatino di Denise, la figlia di Lea, assoldato dal padre per controllarla. E fu proprio grazie alle sue dichiarazioni che fu possibile trovarla Lea: 2812 frammenti ossei gettati in un tombino. E insieme alcuni accessori che sua figlia Denise ha dovuto riconoscere. Lea è stata picchiata, strangolata, fatta a pezzi mentre il suo corpo bruciava. Doveva scomparire per il compagno, Carlo Cosco, un criminale senza scrupoli ma anche padre di Denise.

Mi sono sempre chiesta come possa una figlia, una madre, un padre, un fratello ascoltare o leggere i dettagli violenti dell’uccisione di un proprio caro. Come si possa convivere immaginando di vederlo quel momento, senza poter fare niente.

Denise è morta. Domenica 6 settembre 2026 si è lanciata dalla finestra della casa dove viveva con una nuova identità e un figlioletto di 4 anni. È deceduta il 10 settembre, dopo quattro giorni di agonia. Aveva 35 anni, come la madre. Mi ricordo ancora le sue parole, quelle di Denise, durante il funerale della mamma nel 2013. Lei era nascosta, il suo volto protetto ma la sua voce ha fatto venire i brividi a chiunque. “Ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione. Il suo funerale pubblico è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e che continuano a mettersi in gioco per la propria dignità e per la giustizia di tutti”.

E’ stata coraggiosa Denise. Anche quando a 19 anni ha riconosciuto alcuni oggetti della madre in aula, e si è schierata apertamente contro il suo stesso padre. Ma quella forza pubblica ha scavato ferite profonde. Come si può sopravvivere a dolori così grandi? In questo momento non è giusto indagare sulle motivazioni e sui perché. Non ci interessano. E, probabilmente, non potremo mai comprendere fino in fondo. Come ha avuto modo di dire don Luigi Ciotti, a un certo punto, evidentemente, si è rotto qualcosa o è saltato quel fragilissimo equilibrio tra forza e fragilità.

Denise come Lea voleva essere libera. Eppure, né sua madre né lei sono riuscite in quell’intento. Hanno dovuto vivere entrambe nascoste. E forse Denise per anni si è portata dentro anche quel senso di colpa dovuto alla scelta della madre, di ribellarsi al clan per salvare lei, sua figlia.

In Corte d’Assise nel 2011, col volto schermato da un paravento, Denise raccontò di sua madre: “Soffriva, non poteva lavorare. Vedeva che le sue dichiarazioni non avevano portato a niente. Non si sentiva tutelata”. Dopo la sparizione lei aveva deciso di restare con il padre: “Non avevo scelta, lui è mio padre. Non volevo fare la stessa fine di mia madre. Avevo capito, ma a mio padre non l’ho fatto capire. Sono stata un anno con loro, ho giocato con i loro figli, pur sapendo che avevano ucciso mia madre”. Chissà quante volte si sarà sentita sola Denise. Senza l’abbraccio della sua mamma, senza l’amore vero di un padre. Senza nessuno con cui condividere tutto quel peso.

Anche Rita Atria si tolse la vita lanciandosi dalla finestra di casa, a Roma. Aveva paura. Ed era sola. Troppo facilmente parliamo di coraggio di fronte a storie del genere. Vite spezzate, distrutte, logorate da ferite che col tempo si fanno sempre più profonde. La mafia, la ‘ndrangheta, gli uomini d’onore, è questo quello che si portano dietro: morte e disperazione. Ci si trova in strade senza via d’uscita.

La morte di Denise ha provocato un dolore collettivo. La speranza è possa riposare per sempre nell’abbraccio di sua madre.

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