Dall’Indonesia la via gesuita per gli alumni. Il racconto di Nicotri

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Yogyakarta ha ospitato, dal 29 luglio al 2 agosto 2026, il XI Congresso della Wuja, ossia della World Union of Jesuit Alumni. Questa città universitaria, situata al centro dell’isola di Giava, è l’anima, il fulcro culturale e intellettuale, dell’Indonesia, di un “grande Paese, un mosaico di culture, di etnie e tradizioni religiose, una ricchissima diversità, che si rispecchia anche nella varietà dell’ecosistema e dell’ambiente circostante” (Papa Francesco, 2024). Le riflessioni e i lavori degli ex allievi delle istituzioni educative gesuite, attorno al tema (e titolo del raduno) “United in Spirit, Leading With Purpose”, hanno così potuto beneficiare del confronto anche con la filosofia, e le prospettive, della “Pancasila”, che ha ispirato e guidato la crescita nazionale dell’Indonesia.  Peraltro, tale unione mondiale ha compiuto 70 anni, lo scorso 31 luglio, alla presenza del Padre Generale Arturo Sosa, Sj., che ha invitato i presenti – di culture diverse, non tutti credenti e con differenti professioni e percorsi di vita – ad andare oltre la nostalgia e l’orgoglio (il senso di appartenenza) per essere “partner nella missione” (secondo le quattro Preferenze Apostoliche Universali, confermate da Papa Francesco nel 2019) della Compagnia di Gesù.

Qui interessa mettere in rilievo come una tradizione educativa che mira all’eccellenza umana – nel caso particolare, ben sintetizzata nel documento intitolato “Le caratteristiche dell’attività educativa della Compagnia di Gesù”, promulgato l’8 dicembre 1986, quattro secoli dopo la pubblicazione della “Ratio Studiorum” del 1599 – sia capace di legare il passato al presente, il presente al futuro. Ciò è evidente nell’ambito di questa vera e propria comunità transnazionale, così come in tanti altri network alumni attivi pure nel nostro Paese come abbiamo provato a rappresentare con Daniele Pelli, nel libretto “L’alleanza degli alumni. Fare insieme, restituendo, trasformati” (Academ Editore, 2025), mettendoci in gioco rispetto alla medesima domanda risuonata a Yogyakarta: “Cosa stiamo facendo, insieme, con la formazione che abbiamo ricevuto (dalla nostra Alma Mater)?”

L’incontro indonesiano ha dimostrato quanto la memoria (gli incontri con docenti e persone che hanno ispirato, le amicizie e i legami che sono nati, i percorsi accademici e di ricerca e le esperienze extra-didattiche che hanno fatto la differenza, durante gli anni di studio, scolastico e/o universitario) sia importante, ma non sufficiente, ancor di più laddove si assuma, come singoli e gruppi, la sfida di riconoscere nella propria storia, e nelle storie altrui, l’ “impronta” ( innanzitutto, in termini di identità e valori; si potrebbe parlare anche di una speciale struttura mentale) di quel dato istituto frequentato e si scelga di valorizzarla, restituendo, nell’ottica del bene comune. Siffatta trasformazione di un patrimonio comune in un futuro condiviso – che non trascura (anzi, tiene presente) le gioie e le angustie dell’umanità attuale, in grado di connettere e generare impatto – è possibile come continuano a testimoniare gli ex studenti dei Gesuiti – uomini e donne “per” e “con” gli altri; “leader” nel servizio.

Persone, idee e culture in movimento che crescono insieme nell’incontro, nella condivisione, nella dimensione progettuale, etc.  In questa prospettiva, a Yogyakarta la memoria si è trasformata in missione, l’identità in linguaggio comune, visione condivisa e impegno collettivo, concorrendo a coltivare fiducia e stima reciproca all’interno e all’esterno di tale rete operativa. Soprattutto, offrendo un metodo a quanti intendano progettare o aggiornare, da protagonisti attivi e non meri utenti, similari piattaforme (snodi) di riflessione e di azione, che hanno pur sempre un carattere istituzionale da considerare visto il collegamento, più o meno diretto, con la realtà specifica (scolastica o universitaria) a cui si riferiscono. Del resto, come notava, più di 23 anni fa, l’allora Preposito Generale della Compagnia di Gesù, Padre Peter-Hans Kolvenbach, “il successo di una scuola (e di un’università) non sta in ciò che si dice di essa, ma in come agiscono gli ex alunni”.

Tutti i partecipanti a questo “summit di gioia e gratitudine”, tenutosi nel Sud-est asiatico, sono stati invitati, nei mesi antecedenti, a meditare, attraverso l’iniziativa “Jesuit Alumni Identity”, su chi sono?, qual è la loro missione? cosa sono chiamati a diventare?  Tale processo di discernimento, con eventi (e momenti di ascolto e dialogo) di scala regionale, sul privilegio di aver ricevuto una buona educazione (le “4 C “, che sono “coscienza”, “competenza”, “compassione” e “coinvolgimento”, secondo la pedagogia ignaziana, declinabili ulteriormente alla luce di Magnifica humanitas ) ha dato forma alle cinque giornate indonesiane, culminate con l’adozione da parte dei rappresentanti di ogni continente non già di un elenco di raccomandazioni quanto invece di un Manifesto (sull’identità degli ex allievi dei Gesuiti) e di una Risoluzione (una tabella di marcia, basata su dieci priorità strategiche) che fungeranno da guida per questo movimento globale, che sarà quindi misurabile anche per ciò che saprà realizzare – “reti attive, impegni, gruppi di lavoro, leadership giovanile, progetti di servizio, collaborazione e continuità”.  Dimostrando, per questa via, che a riunirli non è stato soltanto un sentimento romantico piuttosto il desiderio di rispondere ad una chiamata alla vita, “anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia” (San Paolo VI) e sulle frontiere, per affrontare le contraddizioni vecchie e nuove dell’epoca nostra – che si conferma essere, per richiamare Dickens, “il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia”. In proposito, vale quanto affermava Sant’Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi spirituali: “Non è il sapere molto che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente”.

 

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