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Un Eurofighter colpito a terra nella base saudita di Ta’if, due caccia in scramble da Šiauliai per scortare fuori dallo spazio aereo lituano due jet russi, la Marina pronta a scortare i mercantili italiani a Bab el-Mandeb senza attendere Aspides. In meno di quarantotto ore la presenza militare italiana all’estero è tornata al centro del dibattito. Formiche.net ne ha parlato con Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa, sicurezza e spazio dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), per cercare di dare una visione d’insieme della presenza militare italiana all’estero, e di cosa essa significhi per la Repubblica.
Questi episodi riportano all’attenzione dei media la presenza militare italiana all’estero, che si proietta in teatri molto diversi. L’Italia ha le capacità per essere presente in tutti questi teatri, oppure c’è una sorta di sovraesposizione?
L’Italia è fortemente impegnata nel Mediterraneo allargato e in Europa da decenni. Al picco delle missioni in Afghanistan e Iraq c’erano fino a 12.500 militari italiani all’estero, oggi siamo al massimo intorno ai 6-7mila. Quindi la capacità c’è. Quello che è cambiato è che negli anni 2000-2010 la minaccia era asimmetrica: guerriglia, terrorismo. Oggi invece la minaccia o è simmetrica, come la Russia sul fianco orientale, da cui gli scramble degli Eurofighter, oppure ha un livello di intensità tale per cui anche un gruppo non statuale come gli Houthi, con il supporto statuale dell’Iran, riesce a colpire basi nel Golfo con assetti aerei e a mettere a rischio, e quindi a impedire, il traffico a Hormuz o a Bab el-Mandeb. L’overstretch quindi c’è, in termini di innalzamento della minaccia e di conseguente necessità di innalzare le capacità difensive, offensive e di deterrenza, di gestire l’escalation, di avere più rinforzi in tempi brevi. Questa è una grossa sfida per l’Italia, perché anni di sottoinvestimento hanno prodotto uno strumento militare capace, ma su operazioni limitate nel tempo e nello spazio, che ha difficoltà a sostenere operazioni più lunghe, più ampie e a più alta intensità.
Sono teatri diversi, con logiche diverse. C’è una visione strategica che fa da cappello a tutto, o queste differenze impongono di gestirli separatamente, senza concentrarsi troppo sulla visione d’insieme?
La visione d’insieme è che per l’Italia il Mediterraneo allargato, che include Europa, Nord Africa, Medio Oriente, Sahel e Corno d’Africa, è un’area così interconnessa che essere in Libano, a Bab el-Mandeb, in Arabia Saudita, in Iraq o in Lituania fa parte dello stesso complesso di sicurezza regionale di cui l’Italia è parte. Questo ha la priorità, e bisogna coprire sia il fianco est sia il fianco sud. La visione strategica c’è: quando è aumentato l’impegno terrestre in Bulgaria, dove l’Italia ha il comando del battlegroup multinazionale Nato nell’ambito dell’Enhanced Vigilance Activity, non si è tolto al Libano, alla Libia o altrove. Si è aumentato in Bulgaria mantenendo gli altri impegni. C’è dunque una visione di continuità tra governi e negli anni, ed è una visione multilaterale dove possibile, bilaterale dove necessario. Per la difesa collettiva dell’Europa c’è il framework Nato, per il Mar Rosso si è avviato il framework Ue con Aspides. Si cerca la soluzione multilaterale per mettere insieme le forze politiche, diplomatiche, di intelligence e militari e influire al meglio su un teatro di crisi. Ma se la risposta multilaterale è deficitaria o lenta, allora ben venga una missione bilaterale, come in Niger o in Libia. E il Mar Rosso è così fondamentale per l’Italia che, se non si riesce in tempi brevi ad assicurare una maggiore protezione tramite Aspides, si sta valutando di farlo con la Marina Militare. Il principio è: multilaterale se possibile, ma se il multilaterale non è adeguato non si può restare fermi, bisogna agire anche bilateralmente.
Ma anche un bilaterale, o unilaterale, in funzione del multilaterale. Penso al caso di Crosetto: nella visione del governo, muoversi come Italia per aprire la strada e facilitare un maggiore coinvolgimento europeo.
Assolutamente. Non è un bilaterale fine a se stesso: può essere un gruppo di testa, un mattone di un edificio più ampio. C’è molto pragmatismo. La stessa Aspides è pragmatica: è una missione Ue approvata dai 27, ma vi hanno partecipato meno di una decina di Paesi, quindi un formato ridotto con il cappello Ue. Oggi Italia e Grecia sono i maggiori contributori, in passato lo sono stati anche Germania, Olanda e Francia. Non è un discorso ideologico, bilaterale contro multilaterale, ma pragmatico e possibilmente sinergico.
Quanto è concreto il rischio che, con la sua presenza militare all’estero, l’Italia si ritrovi coinvolta in un processo di escalation? Che strumenti abbiamo per gestire questo rischio?
Il rischio connesso alla presenza militare all’estero c’è, indubbiamente. Ma c’è un rischio anche nel non mandare militari all’estero. Se l’Italia ritirasse la propria aeronautica dai Paesi baltici e i caccia russi continuassero le intrusioni in quello spazio aereo, con una difesa alleata ridotta, Putin sarebbe incoraggiato all’escalation, perché gli altri si sarebbero tirati indietro o non avrebbero reagito alle sue intimidazioni. Ritirarsi, quindi, non è privo di rischi, anzi. Il primo strumento per gestire il rischio è una visione politica non dettata dall’emergenza dell’ultima settimana, che contemperi rischi, interessi nazionali e solidarietà alleata in un’ottica di lungo periodo. Il secondo è un dialogo costante con gli alleati più importanti, dentro e fuori la Nato, per aggiornarsi sull’andamento della minaccia e adottare contromisure concertate. Il terzo è la coesione interna del sistema Paese, politico, istituzionale e della società civile, sulle grandi scelte di politica estera e di difesa. La Russia non si limita alle intrusioni negli spazi aerei baltico o romeno, ma fa disinformazione e propaganda per erodere il consenso interno sul sostegno all’Ucraina, all’Unione europea e alla Nato. Essendo bersaglio di una guerra ibrida costante, l’Italia non deve agire solo militarmente oltre i propri confini, ma anche al proprio interno, in termini di resilienza politica, civile e democratica.

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