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C’è chi aspetta la telefonata per il prossimo ruolo e chi, nel frattempo, costruisce altro. Cristiano Caccamo, 37 anni, fa entrambe le cose. Mentre è impegnato sul set della nuova serie diretta da Cinzia TH Torrini, l’attore calabrese continua a investire fuori dal cinema: due ristoranti a Roma, un terzo in arrivo a Milano e la convinzione che, oggi, una carriera non possa poggiare su un pilastro solo. Il lavoro, il denaro, i social, il bisogno di sentirsi libero e la ricerca di un equilibrio, il suo vero traguardo. Caccamo incarna una generazione di attori che non aspetta le occasioni, ma le crea.
In questi giorni è su un nuovo set. Che cosa può anticipare?
Ho iniziato questa serie da un mese e mezzo, andrà in onda l’anno prossimo su Canale 5. Sarò nei panni del protagonista. È una storia forte, un dramma familiare ambientato in Calabria.
Quindi è a casa?
Esatto. A luglio abbiamo girato gli interni a Roma, poi ci siamo spostati qui in Calabria per gli esterni.
Ha lasciato casa molto presto. In famiglia come è stata accolta la sua decisione di recitare per mestiere?
A 15 anni ho detto a mio padre che volevo andare a vivere da solo. Stranamente in famiglia l’hanno accolta bene, mi hanno appoggiato. Sono stato in un collegio, poi ad Assisi, dopo ho iniziato l’università a Roma. È stato mio padre a propormi un corso di teatro. Da subito l’idea mi è piaciuta e ho lasciato l’università. Oggi sono qui: è andata bene.
Oltre all’attore, c’è un altro Cristiano Caccamo: l’imprenditore
Oggi ho due ristoranti a Roma e ne sto aprendo un terzo a Milano. Mi piace sperimentare, mettermi in gioco, andare oltre al lavoro da attore. Il mio è un mestiere precario. Anche a causa della mia paura e ansia sul futuro ho voluto investire nella ristorazione: dovevo inventarmi qualcosa per riempire il tempo libero, soprattutto nei mesi in cui sono lontano dal set.
Com’è nato questo progetto?
A Formentera ho conosciuto Lorenzo Biancolella, che ha già sei ristoranti in Spagna. Con lui ho aperto il mio primo locale, quasi tre anni fa. Si chiama Nena ed è nel quartiere San Lorenzo. Quest’anno abbiamo rilevato un altro ristorante ai Parioli, Il Grottino dal 1912, e ora apriremo Nena anche a Milano, nel quartiere Brera.
Perché ha deciso di non legare la sua immagine a queste attività?
È rischioso. Se ci metti la faccia, quel posto ha un valore soltanto se esisti tu. Nel momento in cui i clienti entrano nel locale, si aspettano di trovarti.
Che cosa significa per lei essere libero nel suo mestiere?
Come attore, la libertà è quasi impossibile: è un lavoro fatto da tantissime persone, da più teste e più idee. A livello di tempo, è il lavoro più bello del mondo, ti permette di avere tantissimo tempo libero, ma ci saranno sempre altre persone che ti diranno se vai bene o non vai bene, se lavori o non lavori. Per questo avere anche la testa impegnata su altri progetti mi dà una continuità.
Qual è stato il progetto che ha segnato la svolta nella sua carriera?
Mi ricordo quando uscì Netflix, sembrava la Mecca, quindi per me fare una serie su quella piattaforma sarebbe stata la cosa più bella del mondo. Poi l’ho fatta e a quel punto normalizzi tutto, vuoi sempre fare di più. Io non mi sento di essere ‘arrivato’ e spero di non arrivare mai.
Che rapporto ha con il denaro?
Il denaro mi concede tantissima libertà, ma non mi interessa possederlo, essere ricco. Non desidero una macchina in particolare o una barca. Voglio avere la possibilità di vivere bene, in libertà, un mese fuori dall’Italia senza lavorare, oppure andare fuori a cena cinque volte in una settimana. Ma il senso di possesso di beni materiali non mi appartiene.
Cura molto i suoi profili social. Che ruolo hanno nel suo percorso?
Anni fa mi piacevano di più, mi sembravano il luogo in cui una persona si poteva esprimere, trovare una sua forma di creatività. Oggi non mi riconosco più in queste piattaforme, c’è solo la volontà di entrare nella vita degli altri. Posso dire che i social hanno un po’ stufato? Io uso i miei profili per pubblicizzare i progetti e le serie che faccio. Per me sono anche un lavoro, alla fine sono una sorta di portfolio.
Qual è la sua definizione di successo?
Il successo riuscirò a raggiungerlo quando troverò il mio equilibrio, sia materialmente, nel lavoro, sia con quello che ho dentro.
Perché parla al futuro? Che cosa manca oggi a questo equilibrio?
Forse una relazione. È un desiderio, non un aspetto che si può controllare. Serve equilibrio tra quello che una persona fa, vive e sente.
L’articolo Cristiano Caccamo, due ristoranti a Roma e uno a Milano: “Il mio è un mestiere precario” è tratto da Forbes Italia.





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