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Quando il cambiamento climatico colpisce l’agricoltura, il sistema applica un meccanismo distorto ormai ben noto: costi e rischi si scaricano sugli anelli più deboli, sui piccoli produttori e lavoratori spesso sfruttati. Le mobilitazioni di autotrasportatori e agricoltori contro il caro gasolio e, per quanto riguarda i coltivatori, la bassa redditività della filiera (Leggi l’approfondimento) stanno mettendo in luce ancora una volta le distorsioni del sistema. A dieci anni dall’approvazione della legge sul caporalato, però, c’è un tassello che all’epoca non aveva lo stesso peso specifico e che ora è importante analizzare: la crisi climatica sta ridisegnando l’economia strutturale e l’organizzazione del lavoro nelle campagne. Il cambiamento climatico non crea lo sfruttamento, ma lo rende più pericoloso. E rischia di renderlo più conveniente con stagioni più incerte, rese più instabili e margini più stretti per chi produce. Lo racconta il rapporto “Il cibo scotta – Gli effetti della crisi climatica su lavoro, agricoltura e filiere”, scritto da ‘Terra!’ ed EStà – Economia e Sostenibilità. Il dossier unisce per la prima volta in un’unica analisi l’impatto del riscaldamento climatico sulle imprese agricole e la tutela della salute e dei diritti dei lavoratori della terra. “Un decennio fa la normativa si concentrava opportunamente sull’impianto sanzionatorio penale e sul contrasto all’intermediazione illecita dei caporali, oltre che su quello alle disfunzioni di filiera, ma oggi la crisi climatica agisce come un formidabile moltiplicatore dello sfruttamento dei lavoratori e un ulteriore elemento di crisi che investe il mondo produttivo e aziendale” spiega Fabio Ciconte, presidente di ‘Terra!’.
La crisi climatica e gli effetti sulla filiera e sulle produzioni
Il dossier si sviluppa in tre parti. Nella prima, si ricostruisce lo stato delle conoscenze sui cambiamenti climatici in Italia e sui loro effetti, da un lato sulla salute e sui diritti di chi lavora nei campi, dall’altro sulle imprese agricole. Il lancio dell’indagine avviene in concomitanza con le manifestazioni dei produttori agricoli che denunciano un comparto al collasso e chiedono una giusta redistribuzione del valore lungo la filiera. In questo scenario già così vulnerabile, i dati economici raccolti dal rapporto sono impietosi, come quelli del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici e del Piano Nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici (Leggi l’approfondimento): in assenza di pronti interventi di adattamento, entro il 2050 il calo della produzione agricola italiana è stimato in 12,5 miliardi di euro l’anno nello scenario più ottimistico, e supera i 30 miliardi di euro l’anno nelle proiezioni più severe. Il decremento del valore dei terreni agricoli entro fine secolo, inoltre, può arrivare tra gli 87 e i 162 miliardi di euro, negli scenari più pessimistici.
Se il clima rende pericoloso il lavoro
Prima ancora di tradursi in una perdita di raccolto, in un aumento dei costi di produzione o in una riduzione della redditività delle imprese, il cambiamento climatico si manifesta come fatica, disidratazione, perdita di concentrazione e maggiore rischio di infortunio. A differenza di molti altri settori produttivi, l’agricoltura non può semplicemente spostare il lavoro al chiuso o rinviarlo a giorni migliori. “I tempi biologici delle colture e degli allevamenti continuano a dettare il calendario della produzione anche quando le condizioni climatiche diventano proibitive. È questa dipendenza dai cicli naturali – scrivono gli autori – a rendere il lavoro agricolo uno dei più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico”. Il 2 agosto scorso, Gheorghe Marian Burjan, un bracciante di 19 anni, cittadino straniero residente nel Piacentino, si è accasciato mentre raccoglieva pomodori in un campo di Stagno Lombardo, nel Cremonese. Soccorso dai colleghi e trasportato d’urgenza con l’elisoccorso all’ospedale Maggiore di Cremona, è morto in serata. Il 29 giugno 2026 Tahar El Haddad, bracciante marocchino di 55 anni, è morto a Borgocarbonara, nel Mantovano, mentre raccoglieva angurie per un’azienda agricola di Magnacavallo, in giorni in cui le temperature nella provincia hanno superato i 40°C. Pochi giorni prima, a Roverbella, sempre in provincia di Mantova a perdere la vita era stato Stefano Vicentini, agricoltore di 66 anni, mentre lavorava sul trattore, mentre a Rodigo un bracciante di 48 anni era stato ricoverato in gravi condizioni dopo un malore durante la raccolta dei meloni. Secondo la Flai Cgil, tra il 14 giugno e il 3 agosto 2026 almeno sedici lavoratori agricoli hanno perso la vita in Italia, di cui cinque a causa delle temperature estreme. Nell’Unione Europea la mortalità sul lavoro causata dal calore estremo è cresciuta del 42% dal 2000, segnando un incremento superiore a qualsiasi altra macro-regione del mondo.
Le zone d’ombra in assenza di regole
La seconda parte del dossier è un’inchiesta sul campo condotta in Puglia durante la scorsa estate, nelle aziende e negli insediamenti informali di questa regione, epicentro storico delle lotte sindacali e prima regione nel 2021 a introdurre una specifica ordinanza regionale “anti caldo”. Nel 2026, il territorio pugliese ha registrato perdite localizzate sui raccolti dal 50% al 60% nelle aree del tarantino e del brindisino e, nel 2025 (rispetto al 2023) un calo strutturale di 4mila ettari coltivati a pomodoro da industria a causa della siccità. L’alterazione termica ha scardinato i calendari fenologici: la vendemmia 2026 in Puglia è stata definita da agronomi e produttori come “la più precoce di sempre”, avviata per le varietà spumanti già nei primi giorni di agosto. Per sfuggire all’esposizione solare ed evitare che il pomodoro o la frutta si deteriorino istantaneamente sui nastri trasportatori a causa delle elevate temperature interne, nel Tavoliere si sta assistendo a una rapida riorganizzazione tecnologica, che nella filiera del pomodoro è già presente da tempo, e con lo spostamento delle attività di raccolta in piena notte, dalle 22 alle 9. Tuttavia, l’indagine mette a nudo l’inefficacia parziale delle ordinanze anti-caldo in assenza di controlli stringenti: nei contesti produttivi e territoriali dominati dal meccanismo di retribuzione a cottimo, si registra un’elusione dei divieti, con i lavoratori indotti ad aumentare l’intensità dello sforzo fisico nelle ore proibite pur di salvaguardare il salario giornaliero. “C’è poi il piano dei diritti: occorre regolare il lavoro notturno, senza farne la soluzione. Molte lavorazioni richiedono luce e di notte crescono i rischi. Dove è praticabile servono accordi sindacali – racconta Fabio Ciconte – illuminazione e dispositivi adeguati e sostegni pubblici agli investimenti, vanno pagate le maggiorazioni previste dai contratti e gli straordinari e valutati gli effetti sulla salute, prima che il lavoro notturno diventi la norma”.
Chi paga la riorganizzazione del lavoro
La terza parte del report è un’analisi quantitativa della Pianura Padana, uno dei motori agricoli del paese, mettendo in relazione i dati meteorologici con i risultati economici delle aziende agricole tra il 2019 e il 2023. Qui i dati mostrano che, oltre certe soglie di temperatura, redditività e produttività tendono a calare. Le ordinanze regionali che sospendono il lavoro nelle ore più calde hanno prodotto risultati documentati e nelle campagne sono conosciute e in larga parte rispettate. L’adattamento sta avvenendo, ma in modo spontaneo e senza regole. Le giornate cominciano alle tre o alle quattro del mattino senza che nessuno degli intervistati riferisca di ricevere una maggiorazione, la giornata spezzata in due turni si allunga fino a nove o dieci ore pagate come ordinarie, mentre il doppio viaggio verso i campi raddoppia la spesa per il trasporto richiesta dal caporale. E ancora, le ore di riposo si passano in baracche di lamiera senza acqua né elettricità, il cottimo, anche dove non è più previsto dai contratti, spinge a rinunciare alle pause, mentre la cassa integrazione per il caldo, estesa ai lavoratori stagionali, di fatto non viene chiesta. “A sostenere i costi dell’adattamento ci sono anche le imprese – racconta il report – soprattutto le più piccole, che investono in acqua, coperture, nuove pratiche senza che questo produca valore aggiunto immediato e senza un sostegno pubblico adeguato”. Le misure del Piano nazionale di adattamento per l’agricoltura, in larga parte, restano sulla carta. Quello che però è evidente è che, in assenza di scelte pubbliche, il costo della crisi climatica tende a scaricarsi sugli anelli più deboli della filiera. “Per far fronte agli impatti dei cambiamenti climatici sul settore agricolo servono politiche e contributi pubblici” spiega Francesca Federici, ricercatrice di EStà Economia e Sostenibilità, sottolineando che “la velocità e l’imprevedibilità di tali fenomeni rendono infatti insufficiente la naturale capacità di adattamento di agricoltori e allevatori”.
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L'articolo Crisi climatica e agricoltura: a pagare il costo dell’adattamento gli ultimi anelli della filiera, piccole aziende e braccianti proviene da Il Fatto Quotidiano.




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