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“È impressionante vedere 300-400 giovani che arrivano per la messa, che si siedono sui banchi, sulle panche e cominciano a meditare per incontrare il Signore”. Padre Christophe Rosier, parroco di Saint-Joseph a Grenoble, ha raccontato dal palco del Meeting di Rimini la messa della domenica sera nella sua chiesa, che comincia con dieci minuti di silenzio. All’uscita ha preso l’abitudine di chiedere ai ragazzi da quanto tempo frequentino, e la risposta che più lo stupisce è sempre quella, inattesa: “Guardi padre, in realtà questa è la mia prima messa…”. L’incontro, promosso dalla rivista Tracce e moderato dal giornalista di Domani Mattia Ferraresi, è partito dalle cifre. “Nel 2023, 5.423. Nell’anno 2024, 7.135. Nell’anno 2025, 10.348. Nell’anno 2026, quello in corso, 21.386”, ha scandito Ferraresi: sono i battezzati adolescenti e adulti della Chiesa di Francia, numeri “di per sé piccoli in termini assoluti, ma certamente ci indicano che qualcosa di vivo c’è”.
Il dossier diffuso a marzo dalla Conferenza episcopale francese mette a fuoco la fotografia: 13.234 adulti e oltre 8.100 adolescenti, con i battesimi degli adulti più che triplicati rispetto ai 4.124 del 2016 e l’82% dei neofiti tra i 18 e i 40 anni. Nello stesso Paese i battesimi dei bambini si sono dimezzati in vent’anni, da 380mila nel 2000 a 170mila nel 2023. In sostanza, quella che bussa alla porta è la generazione figlia di genitori già scristianizzati. Lo storico francese Guillaume Cuchet qualche tempo fa ha spiegato al magazine del Figaro che alla terza generazione di distacco le carte si rimescolano, perché l’eredità cristiana torna disponibile quando non c’è più nulla contro cui ribellarsi. Il tutto a un mese dal viaggio di Leone XIV in Francia, il prossimo 25-28 settembre, quando il Pontefice viaggerà oltralpe tra Parigi, Saint-Denis, Lourdes e Metz, dove incontrerà anche i catecumeni. Gli 80mila biglietti per la veglia allo Stade de France sono stati distribuiti in meno di un’ora.
Ferraresi ha raccontato di quando a Grenoble c’è stato l’anno scorso, inviato da Tracce nella missione delle suore della Fraternità San Carlo, e ha trovato una chiesa feriale e spoglia, con “una moquette rivedibile”, con all’interno quasi un centinaio di studenti in silenzio. “In Europa ci sono tante chiese che hanno dei pavimenti di marmo molto più belli, ma sui quali non si inginocchia più nessuno”. Mentre oggi a Saint-Joseph si presenta in media “una persona al giorno” che chiede di sapere qualcosa della Chiesa.
La vicenda di quella parrocchia nasce nel 2008, quando il vescovo di allora chiese ai giovani della diocesi di che cosa avessero bisogno per vivere la fede, e la risposta, ha raccontato Rosier, fu: “Monsignore, avremo bisogno di una chiesa, di formazione e di un bar”. Il vescovo diede loro tutte e tre le cose, e per una decina d’anni la vita parrocchiale restò divisa in due: la messa del mattino per i vecchi parrocchiani, quella della sera per i nuovi studenti. Così dal 2019 Saint-Joseph “non è più una parrocchia territoriale ma è una parrocchia personale”, una formula di diritto canonico che in questo caso specifico significa riservata ai giovani di 18-35 anni, mentre gli altri fedeli si sono distribuiti nelle chiese vicine, comunque numerose. Il parroco la descrive come “una sorta di formicaio”, dove agli studenti che pregano insieme si unisce una pastorale ad hoc, il servizio ai senzatetto, le escursioni in montagna il sabato, comprensive della messa. E il pub, spinatrici per la birra comprese.
“Per il 40% di questi giovani il desiderio di farsi battezzare oppure di venire in chiesa nasce durante una prova, durante un periodo difficile della loro vita”, racconta Rosier. E c’è l’effetto Quaresima, quando il giorno dopo le Ceneri del 2025 diversi preti sparsi per tutto il territorio francese si chiamavano tra di loro per dirsi la stessa cosa, che cioè “non avevamo abbastanza sedie per far sedere tutti, soprattutto i giovani”.
Inès Saada, studentessa di scienze politiche, sul palco del Meeting per offrire la sua testimonianza, a Saint-Joseph è arrivata perché era la parrocchia più vicina a casa, e non sapeva nemmeno che fosse quella dei giovani. Viene da una famiglia in cui la religione era plurale, padre algerino con in famiglia ebrei e musulmani, madre con cattolici e protestanti, e l’ultima che praticava era la nonna. “Mi è stato detto che crescerai e da sola troverai qualcosa, troverai la tua fede”. Davanti a un periodo di ansia durante gli studi è arrivata la decisione di andare a Messa. “Avevo talmente un fardello sulle mie spalle che a un certo punto è scomparso, perché avevo trovato la verità”. Una volta uscita le parole rivolte a una suora: “Voglio fare il catecumenato ed essere battezzata”. Anche l’effetto sui coetanei, in un Paese dove la fede è materia rigorosamente privata, l’ha sorpresa: “Ho degli amici che appunto si dichiaravano completamente atei e oggi dicono ma magari forse c’è qualcosa, forse hai ragione tu”. Sul contesto la giovane è netta: “Trovo che in Francia ci sia davvero questa cultura della laicità soprattutto a scuola che ci ha allontanato da qualsiasi forma di spiritualità”, eppure intorno a sé vede “una generazione molto più aperta alla spiritualità”.
Sul perché, Rosier ipotizza che la secolarizzazione si sia rivelata un’alleata involontaria, perché “crea quasi un vuoto e quindi rivela nel cuore delle persone, in particolare dei giovani, questo senso religioso”. Molti arrivano con la sensazione di non avere diritto di stare lì, e quasi tutti riscoprono devozioni che li riportano ai loro nonni. “I ragazzi adorano l’adorazione, il rosario, e i più anziani sono davvero stupiti da questo”. Qualcuno torna a messa portandosi dietro i genitori che avevano smesso di frequentare.
Tutto questo viene descritto dal sociologo Yann Raison du Cleuziou come un cattolicesimo troppo spesso frammentato in “arcipelago”, con una religiosità popolare che sfugge ai sondaggi e il rischio che il ritorno al patrimonio cristiano venga arruolato in chiave identitaria. Facendone così una questione anche istituzionale. “Siamo responsabili come comunità dell’accoglienza di questi giovani. Non è solo un gruppo di specialisti che deve dedicarsi a loro”, conclude il parroco. Quest’anno a Saint-Joseph i battezzati sono stati dodici, l’anno prossimo saranno quaranta, e la parrocchia ha aperto una raccolta fondi per un battistero più capiente, a cui è possibile aderire visitando il loro sito. Nel frattempo, passando davanti a “Saint-Jo”, si rischia di imbattersi in un giovane, seduto su uno sgabello, pronto ad accogliere “quelli che magari vorrebbero venire ma non osano varcare la soglia del portone della Chiesa”.

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