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di Francesca Carone
A furia di ascoltare come un disco rotto le misure “preventive” governative “belliche” pro-riarmo e compagnia bella, i giovani e i meno giovani, e perché no anche anziani, hanno deciso di capovolgere la narrazione radical-chic dei media diventando essi stessi la narrazione. Se la politica e l’informazione non li ascoltano e non parlano di loro sono loro che portano l’informazione e la politica con loro. Nelle piazze. È la guerra partigiana moderna combattuta anche nei circuiti virali. È la strategia moderna della protesta urbana che si combatte a colpi di piazza e social. Se tutto passa dai social-media e dall’ informazione a ciclo continuo, “cotta e mangiata”, è anche da lì che deve passare il dissenso giovanile-adolescenziale, declassato e sabotato da molti operatori dell’informazione come la guerra dei Maranza, sfaticati, alienati e arrabbiati; “fenomeno” oscuro del dissenso giovanile dato in pasto come “salvagente” alla crisi economica e sociale dalla propaganda politica, dall’informazione pilotata e da una buona parte dei social.
Così la rabbia dei giovani studenti dissidenti, di partigiana memoria, diventa sempre più grande. Più forte. Più intima e accorata.
Lo scandaloso e offensivo monologo di Bruno Vespa nei confronti della coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari, Sabrina Brizzola, si trasforma in un monito per giovani e meno giovani a scendere in piazza piuttosto che trastullarsi negli happy hour o nei tour notturni per locali e discoteche. I giovani hanno ormai capito che è arrivato il momento di farsi ascoltare per interrompere il corto circuito della pericolosa dissolvenza e della declinante invisibilità in cui sta scivolando la loro generazione. E non solo.
Dietro la loro protesta c’è quella delle loro famiglie, anche loro condannate all’ invisibilità e ad una sotterranea ed inevitabile indifferenza. Il malcontento nasce alla radice. Dal quel terreno nascosto e arido che sta depauperando il tessuto sociale del nostro Paese. Le famiglie si disgregano, soffrono e, nel migliore dei casi, sopravvivono nell’ indifferenza e nel silenzio della politica, sorda ai loro richiami e troppo impegnata nella propaganda di decretifici e storytelling pre-elettorali. Così tutto diventa paurosamente liquido e inafferrabile. Ognuno procede secondo mete e obiettivi dettati dai propri bisogni e necessità.
In questo agone smembrato e caotico le voci si rincorrono e la narrazione si sfilaccia, si indebolisce diventando piatta e inascoltata, trasformandosi in una sorta di brodo primordiale dove tutto è il contrario di tutto, dove vittima e carnefice si confondono diventando “mangime” virale per social e informazione. I problemi si rincorrono e le narrazioni si sovrappongono entrando in un vortice pericoloso dove le voci rischiano di diventare suoni inascoltati e le azioni una corsa a chi difende meglio il proprio orticello: la politica, con l’ennesimo inutile decreto Sicurezza, nascondendo la protesta legittima e pacifica dei giovani studenti, la guerriglia urbana dei maranza, come sfida e risposta alla crisi della famiglia e della scuola.
E poi la paura della gente, dei commercianti e la vorticosa dialettica dell’informazione che legittima e delegittima questa o quella causa. Così la confusione genera rabbia, ansia, alienazione con il rischio di una grossa implosione. Ecco allora la sfiducia, la frammentazione della verità, dei valori e della società. Di qui il fenomeno dell’astensionismo, della crisi dei valori, del disorientamento etico e politico. In questo scenario funesto, anche il dissenso giovanile rischia di diventare strabico e diafasico: il linguaggio violento dei facinorosi e provocatori distoglie lo sguardo dalla protesta legittima dei giovani che inevitabilmente assume una dimensione distopica priva di visione e futuro.
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