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Il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha esortato sia l’Eritrea che l’Etiopia a placare gli animi e ridurre le tensioni, avvertendo che tutti i paesi del Corno d’Africa devono rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dei propri vicini ed evitare incursioni transfrontaliere. Il Segretario ha sottolineato che la regione non può permettersi ulteriori conflitti.
Le osservazioni di Rubio hanno suscitato un’immediata reazione da parte dell’Alleanza per la Sopravvivenza. In una dichiarazione diffusa il 18 ottobre, l’Alleanza ha precisato che le proprie operazioni militari non sono dettate da obiettivi separatisti né mirano a frammentare il Paese. Al contrario, ha descritto le proprie azioni come atti di legittima difesa, a seguito di quello che ha definito il rifiuto, da parte del governo, di tentativi volti a raggiungere una risoluzione pacifica, inclusi quelli previsti dall’Accordo di Pretoria del novembre 2022.
Sebbene i combattimenti nel Tigray appaiano estremamente simili a quelli passati, esistono differenze sostanziali tra il conflitto attuale e la guerra del 2020-2022. Innanzitutto, non tutti i tigrini sostengono le forze del Fronte di liberazione del popolo del Tigray TPLF. Di sicuro al momento il TPLF non è isolato: ha infatti formato la già citata ‘”Alleanza per la Sopravvivenza” (Alliance for Survival) insieme ad altri sei movimenti etiopi. Quello che però appare ormai evidente è l’allargamento del conflitto. Il 7 ottobre le forze eritree hanno attraversato il confine a Zelambesa, muovendosi verso la direttrice Adigrat-Idaga Hamus. Le Forze di Difesa del Tigray sono fortemente presenti nel distretto (woreda) di Atsbi, mentre i leader del TPLF si trovano nelle aree rurali del distretto di Ahferom, nella zona del Tigray centrale.
Si sospetta che l’Eritrea stia sostenendo la neonata “Alleanza per la Sopravvivenza” al fine di indebolire il governo etiope visto che l’Eritrea si oppone al tentativo dell’Etiopia di ottenere un accesso al Mar Rosso attraverso il porto di Assab, cercando di creare una zona cuscinetto tra i due Paesi. Il maresciallo di campo Birhanu Jula, capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Nazionale Etiopi, ha accusato l’Eritrea di aver mobilitato sostegno finanziario a favore del TPLF. Egli ha inoltre sostenuto che l’Eritrea e il TPLF avrebbero beneficiato dell’appoggio di Sudan ed Egitto, lasciando intendere un’interferenza esterna.
Sulla carta l’esercito governativo ENDF appare in vantaggio numericamente, contando circa 500.000 effettivi a cui si aggiunge un bacino di 368.000 riservisti, oltre a un arsenale di armi pesanti e in particolare di droni di varia origine, a cominciare dai turchi Bayraktar TB2 e Akinci. Il TPLF da solo può contare su circa 250-270mila uomini. Al momento però l’unica cosa che si può affermare con assoluta certezza è che il bilancio delle vittime è in costante aumento, con un prezzo altissimo pagato sia dai militari che dai civili. Tutto ciò avviene in un momento in cui la popolazione del Tigray è esausta sotto ogni profilo: psicologicamente e fisicamente, anche a causa delle estreme difficoltà derivanti dalla siccità e dal fallimento dei raccolti. Un cessate il fuoco può congelare le ostilità sul campo ma non rimuove le cause scatenanti della violenza.
La stabilità a lungo termine dell’Etiopia non può essere raggiunta con la sola coercizione militare o con tregue di breve respiro. È necessario un processo politico inclusivo che permetta a tutte le componenti della società etiopica di ridefinire su basi condivise sia la ripartizione equa del potere politico ed economico a livello centrale e periferico, sia la natura del rapporto tra il governo federale e le regioni, garantendo il rispetto delle autonomie, la tutela delle minoranze e la certezza dello stato di diritto. Senza questo sforzo strutturale per sanare le fratture costituzionali, il Paese rischia di rimanere intrappolato in una spirale perenne di instabilità.
L'articolo Così l’instabilità dell’Etiopia rischia di allargare il conflitto nel Tigray proviene da Il Fatto Quotidiano.




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