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Slow Food ha rivoluzionato la produzione, il consumo, la stessa concezione del cibo. Questo concetto è stato poi incorporato in altri aspetti e fatti della vita umana. Per esempio, il nesso fondamentale tra acqua, energia e cibo — chiave per comprendere questo secolo — può essere affrontato con approccio fast o approccio slow. E con impatti giocoforza diversi.
La filosofia Slow non significa fare tutto a passo di lumaca, ma cercare di fare tutto alla velocità giusta. Godere le ore e i minuti invece di contarli. Fare tutto quanto meglio possibile, invece che il più rapidamente possibile. Privilegiare la qualità rispetto alla quantità. La straordinaria modernità di questa concezione è in sintonia con il pensiero di Edgar Morin, con la riscoperta del valore della conoscenza qualitativa accanto a quella quantitativa. E con la necessità di distinguere l’importante dall’urgente, secondo la massima di un grande presidente degli Stati Uniti, Dwight “Ike” Eisenhower.
La scomparsa del fondatore, un baby boomer di grande qualità culturale e morale, suggerisce una riflessione sul Movimento Slow. Il pensiero di Carlin Petrini ha generato un fenomeno ecumenico: le Slow Cities, lo Slow Design e lo Slow Living; Slow Fashion, Slow Work e Slow Travel; Slow Media e Slow Money. Nella rivoluzione Slow, ho guardato con curiosità e affetto alla Slow Music, su cui non mi soffermo qui; ma, soprattutto, ai modelli di Slow Education e Slow Science, su cui voglio riflettere.
L’idea della Slow Science nasce da una lettera a Nature, scritta nel 2006 da una post-doc australiana: “bisogna sostituire il ritmo sempre più frenetico della ricerca con un approccio più tranquillo, del tipo ‘fermati ad annusare le rose’”. La Slow Science si oppone alla pressione del “pubblica o muori”, agli obiettivi di performance e alla valutazione basata sui numeri, allo stress cronico dei ricercatori, all’avversione al rischio che fa scegliere agli scienziati i progetti più ortodossi e banali anziché quelli eretici o solo un po’ difficili, la via che ha prodotto davvero la crescita del sapere ed è ancora capace di farlo. La Slow Science condanna la competizione a spese della collaborazione, la frammentazione intellettuale, la concentrazione delle risorse.
Sulla concentrazione delle risorse —un mantra granitico del tutto inviolabile da almeno 30 anni—annoto una personale considerazione, in operosa e solitaria quiescenza. Nel mio piccolo orticello — la scienza e l’ingegneria dell’acqua e dei rischi naturali — posso affermare in coscienza che il vituperato finanziamento a pioggia del secolo scorso ha prodotto assai più innovazione e sapere dei grandi progetti del nuovo millennio. Ortodossia e ripetitività sono i risultati salienti della obesità scientifica a trazione burocratica.
Per contro, la Slow Science persegue la qualità rispetto alla quantità, la profondità rispetto alla velocità, un approccio più riflessivo e sostenibile alla ricerca, guidata dalla curiosità piuttosto che dalle metriche. Come conseguenza, la Slow Science mira a valorizzare la critica costruttiva e la trasparenza, a rispettare i confini professionali e personali, a includere di diversi sistemi di conoscenza, compresi i saperi indigeni. E mette in primo piano la natura di genere della scienza che ancora pone in secondo piano le donne.
Purtroppo (per me) o per fortuna (per molti altri) la Slow Science rimane più un orientamento filosofico e una critica culturale che un programma di riforma istituzionalizzato. Ha plasmato con successo il discorso sulla qualità della ricerca e sulla salute mentale nel mondo accademico, ma non ha prodotto alcun cambiamento sistemico nelle strutture di valutazione universitaria e scientifica, né a livello nazionale, né europeo. Le sfide più recenti — dalla pandemia alle guerre, oggi riscoperte come valore materiale, morale e sociale — reclamano una scienza veloce, stratificata, gerarchica. Da situazioni rare, emergenza e urgenza sono diventati pane quotidiano.
La Slow University, diretta emanazione della Slow Science, è tuttora una utopia. Ne ho parlato in un libretto scritto qualche anno fa (Rosso, R., Morte e resurrezione delle università: dalle Università del Grande Fratello alla Slow University, 2019) come ultima difesa dalla resistibile ascesa della Big Brother University. Se parlare Slow suscita ancora qualche interesse, lo farò in un prossimo post sulle università.
L'articolo Cosa resta della rivoluzione Slow nella scienza? La scomparsa di Petrini suggerisce una riflessione proviene da Il Fatto Quotidiano.





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