Cosa ci insegna lo strappo tra Trump e Meloni. L’analisi di Pedrizzi

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L’attacco di Donald Trump a papa Leone XIV e a Giorgia Meloni è arrivato, per molti, ma non per tutti, inatteso e doloroso. La destra italiana si è affrettata a difendere il Pontefice e la premier, contrariamente alle aspettative di fedeltà acritica al leader Usa – che sembravano caratterizzare la linea iper-atlantista della compagine governativa fin dall’inizio del secondo mandato del presidente Usa – non ha mostrato alcun segno di “ravvedimento” nei confronti dell’alleato.

Va detto, però, che i segnali di un’imminente “insurrezione” verbale di Trump sia contro il Vaticano che contro Palazzo Chigi si avvertivano da tempo. La guerra, per i Maga, è molto più di un’opzione difensiva. Ecco perché quando Trump ha definito papa Leone XIV “debole” e “terribile in politica estera”, per poi prendere di mira Meloni e la Nato più o meno con gli stessi argomenti, stava parlando al suo popolo, a cui dal punto di vista militare, al momento, non riesce a dare le adeguate garanzie di “stravittoria” sull’Iran, tantomeno al suo partner israeliano.

Nulla accade per caso, alla Casa Bianca, e neanche in politica, in generale: le categorie della pazzia o della genialità non sono utili per comprendere cosa sta accadendo tra Usa, Italia, Vaticano e, sullo sfondo, con l’Europa.

Trump pesa i suoi alleati – come pesava i suoi agenti immobiliari sulla base dei soldi – con il metro della forza che esprimono. Ecco perché abbaia all’Europa e scodinzola alla Russia e alla Cina.

Ma non poi così strano. È restata famosa nel 1945, durante i colloqui di Yalta fra i tre Grandi, Churchill, Roosevelt e Stalin, la frase provocatoria di quest’ultimo a chi gli faceva presente che si dovevano tener conto anche delle esigenze di Pio XII sul futuro assetto europeo: “Quante divisioni ha il Papa?”.

Lo devo ammettere, anche io avevo pensato che il “National Security Strategy of the United States” (NSS) il documento strategico-politico adottato e divulgato nell’ultimo scorcio dello scorso anno avrebbe definito le politiche interne ed internazionali degli Stati Uniti nel contesto globale una volta per tutte. Mi sbagliavo invece.

Trump, nei suoi annunci, sembrava voler rovesciare radicalmente la prospettiva di politica internazionale quando affermava che bisognava ritornare agli stati nazionali: “Il mondo funziona meglio quando le nazioni pensano ai loro interessi”, e gli Usa si impegnavano – era scritto – “a difendere i diritti sovrani delle nazioni. Per questo l’America “deve avere una chiara preferenza per il non-intervento negli affari delle altre nazioni” e “deve avere buone relazioni e rapporti commerciali pacifici con le nazioni del mondo senza imporre ad esse cambiamenti democratici o sociali incompatibili con le loro tradizioni e storie”.

Ma come tutti possono constatare tutte queste buone intenzioni si sono rivelate delle pie illusioni. A cominciare dalla vicenda della Groenlandia, passando per il balletto dei dazi e dalle proposte di speculazione edilizia nella striscia di Gaza per arrivare ai bombardamenti indiscriminati sull’Iran che ha indotto persino Sergio Fabbrini su Il Sole 24 Ore a riconoscere che “è indubbio che l’attacco americano-israeliano all’Iran sia stato condotto e continui ad esserlo, al di fuori della legalità internazionale, adducendo come giustificazioni che la guerra sia stata motivata dalla volontà di liberare l’Iran da un regime dittatoriale” e “che la guerra sia stata necessaria per smantellare il programma nucleare iraniano”, pur sapendo che un regime autoritario non si abbatte con una guerra come del resto ha documentato una nota riservata dell’intelligence Usa che considera “improbabile” che una guerra su larga scala in Iran porti alla caduta del regime, valutando improbabile “ripulire” la leadership iraniana e insediare un governante di scelta americana. La vera giustificazione invece risiede pertanto nella necessità di affermare, da parte di Trump, la sua forza personale, tanto che non ha motivato la sua decisione di bombardare l’Iran non ha chiesto l’autorizzazione del Congresso né quella delle Nazioni Unite e né ha coinvolto i tradizionali alleati.

E anche il Santo Padre, Leone XIV, ha ricordato che: “La violenza non è mai la scelta giusta”, riferendosi all’attacco contro l’Iran e sottolineando che “la stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso il dialogo ragionevole, autentico e responsabile”.

“Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla ‘guerra preventiva’ – ha aggiunto a sostegno del papa il segretario di Stato Parolin – secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme…  si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità”. E invece servirebbe proprio il multilateralismo e andrebbero riqualificati principi “quali l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra (lo ius in bello)”. E, ancora più grave – continua Parolin – , “è l’invocare il diritto internazionale a seconda delle proprie convenienze” né che ci siano “morti di serie A e di serie B” e nemmeno casi per i quali “la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente”. Ucraina, da un lato, e Medio Oriente dall’altro.

Analogo atteggiamento lo ha assunto anche la nostra premier Meloni che sa benissimo che gli italiani non vogliono sentire parlare di guerra e ne vogliono stare lontani. Prova ne è che Crosetto abbia comunque dovuto dire che l’aggressione dei nostri alleati ha violato le norma internazionali.

Ha fatto bene perciò il governo italiano a dichiarare illegittima dal punto di vista del diritto internazionale l’azione israelo-americana e di non essere per nulla entusiasta della richiesta di Washington di usare le sue basi militari sul nostro territorio, così come ha fatto bene la premier a difendere il papa e a non replicare alle accuse di Trump. È il minimo sindacale che ci si potesse aspettare perché il popolo italiano per oltre il 70% vuole restare fuori da questa avventura, avendo il conflitto già prodotto i primi effetti negativi sulle loro tasche per i rincari di bollette e carburante. E se la tasca piange, la Fede, e la devozione al papa, non possono che aumentare ancor di più, come insegna la storia delle religioni.

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