Conti pubblici, quel decimale non cancella il risanamento del governo. Parla Stagnaro

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Il 3,1% certificato dall’Istat sul rapporto deficit/Pil del 2025 tiene l’Italia ancora sopra la soglia europea del 3%, rinviando al 2027 l’orizzonte per l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo. Un decimale che pesa sul piano simbolico e sulla comunicazione politica, ma che va letto dentro una traiettoria più ampia: nel 2022 il deficit era infatti all’8%. A incidere sul mancato raggiungimento dell’obiettivo del 3% sono soprattutto gli effetti finanziari del Superbonus, con circa otto miliardi di costi superiori alle attese nel 2025. Secondo Carlo Stagnaro, direttore Ricerche e Studi dell’Istituto Bruno Leoni, il dato va quindi interpretato guardando alla sostanza dei conti pubblici (in ordine) e non soltanto alla soglia europea.

Il 3,1% certificato dall’Istat tiene l’Italia sopra la soglia del 3%. Come va letto questo dato?

La prima considerazione è che l’uscita dalla procedura europea sarebbe stata importante, sia sul piano politico sia su quello pratico. Ma il dato sostanziale è un altro: il deficit è stato enormemente ridotto. Nel 2022 eravamo intorno all’8%, oggi siamo al 3,1%. È una riduzione molto significativa. Dal punto di vista della politica di bilancio, dunque, quel decimale non cambia la sostanza dello sforzo compiuto per razionalizzare i conti. Il governo, negli ultimi quattro anni, ha lavorato bene sul fronte del rigore.

La mancata uscita anticipata dalla procedura rappresenta quindi soprattutto un problema di comunicazione?

Direi che è soprattutto una sconfitta sul piano della comunicazione. L’obiettivo originario del governo era chiudere la procedura nel 2027. A un certo punto, però, l’esecutivo ha investito molto sulla possibilità di anticipare l’uscita. Non aver centrato quel risultato diventa inevitabilmente un autogol comunicativo, perché era stato trasformato in un obiettivo politico. Ma rispetto alla sostanza della politica di bilancio cambia molto poco.

Quanto pesa in questo risultato l’eredità del Superbonus?

Pesa moltissimo. Nel 2025 ci sono stati circa 8 miliardi di costi legati al Superbonus superiori alle attese. Se non avessimo avuto quei miliardi da contabilizzare, la procedura sarebbe già stata chiusa. È un elemento che continua a condizionare i conti pubblici a distanza di anni. E c’è un aspetto particolarmente significativo: dopo quattro anni ancora non siamo stati in grado di monitorare compiutamente gli effetti finanziari della misura. Una politica pubblica di quelle dimensioni avrebbe richiesto una capacità di previsione molto più precisa. Invece ci troviamo ancora oggi a fare i conti con scostamenti rilevanti.

Il mancato raggiungimento del target è dunque riconducibile soprattutto a quella eredità?

Sì. Il piano di rientro prevedeva formalmente l’uscita dalla procedura l’anno prossimo e ragionevolmente questo obiettivo verrà raggiunto. Il problema è che i costi del Superbonus hanno continuato a incidere sui conti ben oltre il momento in cui la misura era stata introdotta. Da questo punto di vista, il mancato raggiungimento dell’obiettivo anticipato è legato soprattutto a quella dinamica.

Quanto conta davvero quello 0,1% per i mercati e per gli investitori internazionali?

Molto meno di quanto si potrebbe pensare. Il passaggio dal 3,0 al 3,1% ha un peso simbolico importante, perché la soglia europea è fissata al 3%, ma pensare che questo decimale cambi l’intonazione della politica di bilancio del governo sarebbe una follia. Per gli investitori internazionali, la mancata chiusura anticipata della procedura non modifica sostanzialmente la percezione dell’Italia. Negli ultimi quattro anni è stato fatto uno sforzo notevole per mantenere i conti in condizioni di maggiore salute e oggi i mercati vedono un Paese serio e affidabile.

Un elemento che sembra trovare conferma anche nell’andamento dello spread.

Lo spread ai minimi storici rappresenta una garanzia di prudenza per gli investitori. È un argomento che il governo può spendere anche sul piano politico per rivendicare il lavoro fatto sui conti pubblici. Naturalmente questo non significa che i problemi siano risolti: il debito resta elevato e la disciplina di bilancio rimane necessaria.

Con la procedura ancora aperta, il governo avrà meno spazio di manovra sulla prossima legge di Bilancio?

Il governo dovrà comunque portare il deficit sotto il 3% a tendere. Lo spazio di manovra dipenderà, nella sostanza, da due fattori. Da un lato ci sono le nuove possibilità di flessibilità legate a difesa e sicurezza energetica; dall’altro la capacità di trovare risorse all’interno del bilancio, attraverso la razionalizzazione delle voci esistenti, e grazie a una crescita eventualmente superiore alle attese. Ci sono anche entrate che stanno andando un po’ meglio del previsto. In questo momento, quindi, i margini di manovra non sono così diversi da quelli che il governo avrebbe avuto con la procedura per deficit eccessivo già chiusa.

Quanto è importante, allora, centrare il rientro sotto il 3% nel prossimo anno?

È importante soprattutto perché era l’obiettivo formalmente previsto dal piano di rientro. Ragionevolmente, l’uscita dalla procedura avverrà nel 2027. Averla chiusa prima sarebbe stato certamente un grande risultato simbolico, e non bisogna negarlo. Ma non aver superato quella soglia non modifica il quadro complessivo dei conti pubblici.

Il dato Istat mostra comunque una forte riduzione del deficit rispetto agli anni precedenti. È questa la traiettoria da tenere presente?

Assolutamente sì. Non dobbiamo perdere di vista la traiettoria. Passare da un deficit vicino all’8% a un livello del 3,1% significa aver compiuto un percorso molto rilevante. E bisogna guardare anche alla capacità di rispettare le previsioni: nel 2025, a fronte di circa mille miliardi di spesa pubblica, lo scostamento complessivo della previsione è stato nell’ordine di un miliardo. È una cifra che va contestualizzata rispetto alla dimensione del bilancio, pur rappresentando un errore sul piano previsionale.

Quindi il messaggio che arriva dai conti pubblici è meno negativo di quanto possa suggerire il mancato raggiungimento del 3%?

Bisogna distinguere il piano simbolico da quello sostanziale. Sul piano simbolico, non centrare il 3% è una battuta d’arresto. Sul piano sostanziale, invece, il quadro racconta una riduzione enorme del deficit e un percorso di consolidamento che non può essere cancellato da uno 0,1%. Ora bisogna continuare su questa strada, senza utilizzare il risultato per allentare la disciplina di bilancio.

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