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Nel 1891 Leone XIII scrisse la prima enciclica sociale della storia moderna. Il Capitale di Marx era già uscito da ventiquattro anni. I sindacati erano già organizzati. Era già tardi.
Nel 2015 Francesco scrisse la prima enciclica sull’ambiente. Il Rapporto Brundtland aveva trent’anni. Il Protocollo di Kyoto diciotto. Era già tardi anche allora.
Oggi Leone XIV presenta la Magnifica Humanitas sulla guerra algoritmica e l’intelligenza artificiale. Il trattato sui sistemi d’arma autonomi non esiste ancora. L’agenzia internazionale sull’IA non esiste ancora. Per la prima volta in centocinquant’anni, la Chiesa non è in ritardo. Questa è la notizia vera.
Il documento era atteso per febbraio. È uscito a maggio, quattro mesi dopo. Quei quattro mesi non sono un ritardo redazionale. In quel periodo la guerra algoritmica come sistema di targeting ha fatto passi significativi nei conflitti in corso, segnando il passaggio da sistemi semi-autonomi a logiche sempre più predittive nella selezione degli obiettivi. L’enciclica li ha incamerati. Qualcuno ha aspettato che il campo fosse sufficientemente caldo per rendere certi paragrafi immediatamente riconoscibili a chi doveva leggerli. È una scelta editoriale di precisione geopolitica, non di prudenza curiale.
Per chi lavora nella difesa, il passaggio più rilevante non è sull’IA in generale. È sulla guerra giusta.
Al paragrafo 192, in continuità con la linea già tracciata da Francesco nella Fratelli tutti, Leone XIV supera esplicitamente la dottrina della guerra giusta come categoria operativa, “troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra”, riducendo la liceità della forza alla sola legittima difesa nel senso più stretto. Agostino e Tommaso costruirono quell’architettura in secoli di elaborazione teologica. Leone XIV la dichiara superata in un paragrafo. È una posizione che tocca direttamente i cappellani militari dei Paesi cattolici, i giuristi che lavorano sul diritto internazionale umanitario, i governi che usano quella dottrina come quadro etico nelle decisioni di impiego della forza. La scelta è coraggiosa, il motivo è comprensibile: nel tempo del targeting algoritmico quella dottrina è diventata uno strumento retorico che chiunque può invocare per legittimare qualsiasi conflitto. Ma il documento enuncia il superamento senza costruire la sostituzione. Chi è chiamato a decisioni di difesa si trova con una condanna chiara e un’architettura normativa incompleta.

Ed è qui che si manifesta il limite strutturale che l’enciclica non può risolvere da sola. Un documento magisteriale richiede anni di elaborazione, consultazioni, revisioni, approvazioni. L’IA richiede mesi. Quel gap non è un problema di volontà: è un problema di architettura istituzionale. La vera rivoluzione della Magnifica Humanitas non è solo nei contenuti, che sono solidi e per certi versi inediti nel magistero pontificio. È nel fatto che sia arrivata prima. La domanda che nessuno si sta ponendo oggi è se la Chiesa saprà mantenere quella velocità, o se tra dieci anni staremo a commentare un’altra enciclica che insegue una rivoluzione già compiuta.
C’è però una conseguenza che il documento non tematizza e che chi studia la sicurezza della Santa Sede conosce bene. Nel momento in cui la Chiesa entra nel dibattito sulla guerra algoritmica come attore dottrinale di peso, diventa automaticamente un obiettivo nella stessa guerra cognitiva che ha appena descritto. Lo è già. L’attacco informatico alle infrastrutture vaticane del 2022, documentato e sostanzialmente ignorato dal dibattito pubblico, ha mostrato che la Santa Sede è uno degli obiettivi più esposti e meno protetti del mondo occidentale. Non solo sul piano tecnico. Le vulnerabilità più profonde non passano dai server: passano dalle persone.
È esattamente quello di cui parla Vaticano Zero Day, pubblicato questo mese per Lindau. La Chiesa ha dimostrato di saper cambiare passo. Resta da vedere se sa anche guardarsi le spalle.

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