Cina-Ue, così il Consiglio europeo mette alla prova Bruxelles. Parla Small

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“Il Consiglio europeo di questa settimana potrebbe rappresentare uno dei momenti più importanti del dibattito europeo sulla Cina degli ultimi anni”, spiega Andrew Small, direttore del programma Asia dell’European council on foreign relations.

Bruxelles discute come rispondere all’aumento delle esportazioni cinesi, alle dipendenze industriali e alle vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, in un dibattito che va ormai oltre il commercio e investe il modello stesso di autonomia strategica europea. Da parte cinese, la consapevolezza che la postura europea è in fase di revisione è chiara. Recentemente per esempio Pechino ha annullato all’ultimo momento due incontri istituzionali con l’Unione europea – organizzati proprio alla vigilia del Consiglio europeo che si svolge nei prossimi due giorni.

Attualmente “la questione non è più se la Cina rappresenti una sfida sistemica; i leader europei lo accettano ormai in modo ampio. La domanda riguarda la disponibilità dell’Europa ad agire con la rapidità e la portata richieste”, osserva Small.

Negli ultimi mesi, a Bruxelles e nelle principali capitali europee, è maturata una lettura più integrata delle relazioni con Pechino. Pressione competitiva sull’industria europea, sovracapacità produttiva cinese, dipendenze nelle catene di approvvigionamento e sostegno alla Russia vengono sempre più spesso considerati elementi della stessa sfida strategica.

Secondo Small, Commissione e Stati membri stanno convergendo sulla convinzione che l’ondata di esportazioni cinesi, la leva esercitata sulle supply chain e il sostegno fornito a Mosca siano aspetti collegati. Una valutazione che riflette preoccupazioni crescenti per la tenuta della base industriale europea e per le implicazioni sul piano della sicurezza economica.

“Mentre l’Europa si deindustrializza, le sue dipendenze dalla Cina si approfondiscono e aumentano le sue vulnerabilità sul piano della sicurezza”, afferma l’esperto dell’Ecfr. Il cambiamento di clima coinvolge anche governi tradizionalmente favorevoli a un approccio più aperto agli scambi commerciali. “Anche governi storicamente orientati al libero mercato stanno arrivando alla conclusione che preservare un mercato europeo aperto richiede condizioni di accesso più rigorose”, aggiunge.

I leader europei discuteranno innanzitutto delle pressioni esercitate dalle esportazioni cinesi sui settori più esposti dell’industria continentale, dalla chimica ai macchinari. Sul tavolo c’è però una questione più ampia: la capacità dell’Unione di passare da interventi frammentati a una strategia più coerente verso Pechino.

La Commissione punta a ottenere sostegno politico per accelerare l’utilizzo degli strumenti economici già disponibili e svilupparne di nuovi, destinati ad affrontare dipendenze particolarmente concentrate e squilibri settoriali. Allo stesso tempo, Bruxelles intende mantenere aperta la possibilità di un negoziato con Pechino qualora emergesse una disponibilità concreta a confrontarsi sulle preoccupazioni europee.

Le conclusioni del Consiglio difficilmente assumeranno toni apertamente conflittuali. “I leader non approveranno una linea esplicitamente anti-cinese”, prevede Small. “Sosterranno il riequilibrio del rapporto in termini generali e molti preferiranno attenuare il riferimento diretto alla Cina”. Per questo il vero segnale politico del vertice sarà il mandato affidato alla Commissione.

Un risultato debole, caratterizzato da divisioni evidenti e da indicazioni poco incisive, viene considerato il meno probabile. Più plausibile appare una soluzione intermedia. Small ritiene che gli Stati membri possano concedere alla Commissione il margine necessario per costruire un pacchetto più ampio di misure e strumenti, riservandosi però la decisione finale sulle iniziative da sostenere.

Lo scenario più ambizioso comporterebbe invece un sostegno politico immediato all’attivazione di misure difensive già previste dall’ordinamento europeo. Per Small, “un risultato forte andrebbe oltre il semplice mandato a costruire un pacchetto di misure”: “Implicherebbe il sostegno all’uso rapido di strumenti difensivi giuridicamente fondati e il segnale che i leader sono pronti ad assumerne le conseguenze”.

La posta in gioco supera il contenuto delle conclusioni che emergeranno da Bruxelles. Il vertice offrirà un’indicazione sulla capacità dell’Unione di tradurre un consenso politico ormai consolidato in una strategia operativa. Il rischio, avverte Small nel suo ultimo studio, resta quello di produrre una nuova serie di risposte tattiche a un problema che ha assunto una dimensione sistemica.

Per questo il ricercatore invita l’Europa a utilizzare i propri punti di forza come strumenti di potere strategico. Standard normativi, regole di mercato, requisiti di trasparenza e capacità di costruire coalizioni potrebbero diventare leve di influenza fondate sul peso del mercato unico. Il Consiglio europeo mostrerà quanto i governi siano disposti a percorrere questa strada.

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