Cermis 1976, una ferita dalla quale la Val di Fiemme ha saputo riprendersi

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La nota del Presidente Soini sulla tragedia del Cermis del 9 marzo 1976​.

Quel 9 marzo di 50 anni rappresentò (e rappresenta) una delle ferite più profonde che la comunità trentina ha dovuto sopportare. La speranza nel futuro dello sviluppo turistico venne di colpo spezzata dalla caduta della funivia alle 17 e 19 di quel funesto giorno di inizio primavera: la cabina che stava scendendo dal Cermis con gli ultimi sciatori della giornata cadde nel vuoto. Un terribile salto di 30 metri che si concluse con uno schianto che portò via con sé 42 vite e segnò drammaticamente quella dell’unica sopravvissuta, Alessandra Piovesana. Il lungo processo stabilì che si era trattato di un errore umano, che nella catena delle responsabilità c’erano state delle falle e delle leggerezze. Come spesso accade dopo una tragedia furono riviste le norme, rese più severe quelle che riguardano la sicurezza del trasporto a fune. Ma quello schianto di 50 anni fa ci richiama comunque ad un imperativo: il dovere di mettere sempre al primo posto la sicurezza in tutti i campi. Ogni vita è unica; ogni vita persa trascina con sé nel dolore altre vite. Ricordiamo quindi quel 9 marzo di tanti anni fa, la tragedia che attraversò la Val di Fiemme e il Trentino come una folata gelida, e invito a farlo con rispetto nei confronti di una valle che, nonostante le tante tragedie che l’anno attraversata (quella del 1976 appunto, poi Stava e il secondo incidente della Cermis del 3 febbraio 1998), ha saputo risollevarsi al punto da rendersi meritata protagonista di eventi internazionali che hanno toccato l’apice con le Olimpiadi e le Paralimpiadi. Una valle che non ha dimenticato, ma che ha saputo fare del ricordo uno strumento per costruire un futuro migliore.


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