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Addio attivazione delle accise mobili. Il governo Meloni si smentisce e sceglie di utilizzare le maggiori entrate Iva portate dal caro carburanti nel mese di settembre per puntellare i conti pubblici invece che per prorogare lo sconto fiscale agli automobilisti. Che dovranno accontentarsi della sospensione per un anno del bollo auto e del tetto ai prezzi auto imposto dall’Eni dal 28 settembre (e adottato poi anche da Q8 e Ip), ma ritoccato al rialzo per tener conto dell’aumento di 6 centesimi delle imposte. Per capire come mai da oggi il costo medio del gasolio è tornato a 2,25 euro al litro bisogna riavvolgere il nastro e andare indietro di tre settimane.
Il 16 settembre il consiglio dei ministri ha approvato il quindicesimo provvedimento di riduzione delle accise dal 18 marzo, quando era stato varato un taglio di 24,4 centesimi complessivi tra accise e Iva sia sulla benzina sia sul gasolio. Dopo aver speso oltre 2 miliardi per finanziare le misure, peraltro con effetti quasi impercettibili visto il continuo aumento dei prezzi alla pompa causato dalle guerre e dall’aumento dei margini di raffinazione, si è deciso di ridurre il ribasso superstite (in quel momento 17 centesimi solo sul diesel) a 12,2 cent al litro dal 18 al 25 settembre e poi a 6,1 cent fino al 5 ottobre. Poi, aveva detto la presidente del Consiglio in conferenza stampa, “interviene il sistema delle accise mobili”, il meccanismo con sui il maggior gettito Iva incassato dallo Stato può essere utilizzato – previo decreto ministeriale – per ridurre l’imposta sul consumo.
Prima ancora che iniziasse il cdm, però, Giorgia Meloni ha annunciato sui suoi canali social – a sorpresa anche per gli alleati di governo – la “cancellazione” del bollo per le auto fino a 80 kW di potenza e per i motocicli. Presentandola come “misura strutturale” contro il caro carburanti anche se, in media, vale meno di due pieni. E al momento è finanziata solo per l’anno prossimo, quello delle elezioni politiche.
Dieci giorni dopo il Cane a sei zampe, nell’ambito di un’entente cordiale con Palazzo Chigi mirata a dribblare la tassa sugli extraprofitti, si è cucito su misura un “contributo di solidarietà” sotto forma di price cap ai prezzi. Che intacca di poco i suoi margini a differenza, lamentano i benzinai evocando la concorrenza sleale, di quelli dei gestori indipendenti. Sabato scorso il ministero delle Imprese ha fatto sapere che al tetto hanno aderito oltre 10mila distributori, pari a più di un punto vendita su due.
Il combinato disposto delle due misure viene evidentemente ritenuto sufficiente a calmierare l’impatto sui consumatori. Di qui la decisione di tenersi in cassa l’extragettito e impiegarlo per migliorare i saldi di bilancio. Sono risorse preziose: il Documento programmatico di finanza pubblica prevede per il 2026, al netto della flessibilità consentita dalla clausola di salvaguardia per energia e difesa, un deficit al 2,9% del pil, che consentirebbe di uscire dalla procedura di infrazione. Restare sotto quel tetto richiede evidentemente qualche sacrificio. Da parte degli automobilisti.
L'articolo Caro carburanti, il dietrofront del governo dopo la promessa di attivare le accise mobili. L’extragettito Iva resta nelle casse dello Stato proviene da Il Fatto Quotidiano.




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