Calcio d’inizio, 25 tocchi e gol di Yamal: la Spagna come l’Olanda del ’74. È la nazionale più bella di sempre?

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Hola, olé, carramba (ma non è una sorpresa): Spagna la nazionale di calcio più bella di sempre? La memoria dice che potrebbe essere così: solo l’Ungheria 1954, il Brasile 1970, l’Olanda 1974 e l’Italia 1982 (ma dalla seconda fase in poi), a tratti la Francia 1998 possono reggere il confronto. Questa Spagna, arrivata con il 4-1 sulla Croazia a quota 40 partite senza sconfitte, offre la sensazione di possedere qualcosa in più: allo splendido copione, aggiunge infatti un gruppo extralarge di interpreti. La trama di base è la componente fondamentale, ma se non hai giocatori all’altezza della situazione, nisba. Qui, invece, basta vedere le rotazioni del Luis de la Fuente, cambiano i fattori, ma il prodotto è lo stesso: uno show. Uno show che viene da lontano, frutto di un lungo percorso iniziato nei settori giovanili trent’anni fa.

Confessiamo: siamo pazzi di questa Spagna. Sua maestà Wembley si è inchinata di fronte ai campioni del mondo dopo il 4-2 sull’Inghilterra. Contro la Croazia, che non sarà quella vicecampione mondiale nel 2018, ma resta di primo livello, è stata un’apoteosi: anche la Coppa conquistata nella finale del 19 luglio contro l’Argentina, esposta a bordo campo, ha applaudito la bellezza della Roja. Pronti, via e subito un gol per la storia: venticinque tocchi senza che i croati riuscissero a intercettare il pallone, sinistro a giro di Lamine Yamal, 1-0. Scomodati, d’istinto, gli archivi e i paragoni con l’1-0 dell’Olanda nella finale mondiale del 1974 contro la Germania.

Anche in quell’occasione, calcio d’inizio, quindici passaggi, il fallo di Vogts su Crujiff lanciato verso la porta avversaria, rigore, botta di Neeskens, Olanda avanti dopo poco più di un minuto e il portiere Maier primo calciatore tedesco a toccare il pallone per raccoglierlo dalla rete. Cinquantadue anni dopo, un remake non casuale. Il calcio della Spagna è un’evoluzione di quello olandese. I semi della bellezza attuale furono gettati negli anni Novanta da Cruijff quando, nel ruolo di allenatore, costruì il Barcellona a immagine e somiglianza dell’Ajax, a partire dal settore giovanile e dall’adozione di un modulo fisso, dai pulcini alla prima squadra. Tutto nasce da lì, l’arancione dell’Olanda convertito nel rosso della Spagna. Con una differenza non da poco: gli Orange, tre volte finalisti al mondiale (1974, 1978 e 2010), non hanno mai sollevato la coppa. La Spagna, campione nel 2010 – battendo proprio l’Olanda – e nel 2026, con l’aggiunta dei tre titoli europei conquistati nel 2008, 2012 e 2024, ha una bellezza vincente.

La Spagna è un inno al calcio. In tutte le sue forme: splendido l’omaggio dello stadio di Siviglia a Luka Modric, gettato nella mischia all’81’ dal tecnico Bilic. In Spagna c’è il rispetto per i grandi interpreti: un comportamento da pubblico di teatro o di concerti musicali. L’Olanda degli anni Settanta aveva Cruijff e seguiva il copione-Ajax. Il Brasile del 1970 era illuminato da Pelé e da un quintetto d’attacco forse irripetibile: Jairzinho, Gerson, Tostao, O Rei e Rivelino. L’Ungheria del 1954 era l’Honved trapiantata in nazionale. L’Italia del 1982 aveva il blocco-Juve esaltato dalla classe di Bruno Conti e dall’eleganza di Antognoni. Questa Spagna brilla con Yamal, è guidata dalla regia sapiente di Rodri, ha un diamante come Pedri, ha la luce dell’intelligenza di Olmo, è essenziale in Oyarzabal, è tignosa con Cucurella, è strategica con Baena e si può andare avanti all’infinito. I 23 giocatori della distinta delle formazioni sarebbero titolari in qualsiasi nazionale: un’abbondanza di materiale mai vista. In pratica, la Spagna 1 e la Spagna 2 potrebbero essere finaliste di un’ipotetica Coppa del Mondo aperta anche alle seconde squadre.

Questa Spagna è una nazionale che gioca con la padronanza e la sicurezza di una squadra di club. Una volta, le selezioni offrivano il meglio di una scuola e sovrastavano i club. Oggi, sulla scia della sentenza–Bosman che ha stravolto il football, è l’esatto contrario. Questa Spagna sfugge però alla regola. Domina il calcio in lungo e largo: potrebbe imporsi senza problemi anche in Champions. E si diverte, eccome se si diverte: seguire un copione votato alla costruzione e all’attacco, coinvolgimento tutti gli attori sul palcoscenico, produce belle sensazioni nei calciatori. Giocare con il sorriso e non con l’aria stravolta di chi va verso il supplizio: vuoi mettere?

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