Bilaterale Usa-Cina, tra le due economie ci sono almeno due differenze che meritano attenzione

43 minute_ago 1
ARTICLE AD BOX

Trump, novello Marco Polo, con il suo seguito di oligarchi della finanza e della tecnologia è andato alla corte dell’imperatore della Cina, Xi Jinping, ora un paese comunista. Lo scopo, per Trump, è quello di fare dei buoni affari in maniera diretta, visto che l’aggressiva strategia dei dazi con l’impero celeste non ha funzionato, a differenza che con l’Europa e il Giappone. L’applicazione di tariffe doganali superiori al 100% sulle merci cinesi si è dimostrata un boomerang per gli Usa, e subito è stata accantonata per la pronta e forte risposta cinese.

Trump e Xi rappresentano due economie e due modelli economici del tutto differenti, che insieme si spartiscono più del 50% della ricchezza mondiale. Che i due leader raggiungano un accordo è dunque vitale per l’economia-mondo.

Riflettendo sulla portata di questo incontro, possiamo dire che da un punto di vista macroeconomico, cioè guardando alla ricchezza nazionale, ci sono almeno due differenze fondamentali che meritano attenzione. Una è molto nota, la seconda meno ma risulta egualmente decisiva.

La prima riguarda il commercio internazionale, e non si tratta solo del surplus commerciale. Vent’anni fa il perno del commercio internazionale erano gli Usa, il maggior partner commerciale di quasi tutte le economie. Ora la situazione si è rovesciata e il punto di riferimento è diventato la Cina che produce buoni prodotti a buoni prezzi. Come spesso si dice, la Cina è la fabbrica del mondo. L’avanzo commerciale cinese ha superato i 1.000 miliardi e ha la tendenza a crescere. Bloccate dalle tariffe negli Usa, le merci cinesi hanno invaso il resto del mondo, che ha ringraziato.

Ma questa trazione anteriore dell’economia, la spinta del surplus commerciale, come la Germania sta sperimentando diventa anche un tallone di Achille. Esportare troppo, come l’opposto, è un disequilibrio economico che può avere delle gravi conseguenze quando il mondo smette di comprare, come rischiava di accadere.

La seconda differenza è l’aspetto complementare della prima e riguarda un’altra variabile macroeconomica, il risparmio. Il tasso di risparmio in Cina è straordinariamente elevato. Le famiglie cinesi mettono da parte una quota molto rilevante del loro reddito, più del 40%. Dall’altra parte abbiamo gli Usa con un tasso che è inferiore al 5%. Un tasso di risparmio così elevato farebbe felici gli economisti tradizionali che vedevano nel risparmio una virtù da coltivare. Ma anche una propensione al risparmio così elevata è molto dannosa per l’economia. Poiché le famiglie cinesi non comprano i beni prodotti, è allora necessario fare affidamento sul commercio internazionale. Questi due aspetti critici dell’economia cinese, surplus commerciale e surplus del risparmio, si reggono insieme in una sorta di equilibrio precario e fortemente instabile.

Nei paesi sviluppati, tranne gli Usa, le famiglie risparmiano meno per molti motivi, ma soprattutto perché una fetta notevole del risparmio complessivo è utilizzata dallo Stato per fornire beni pubblici. Il risparmio generato nell’economia va a finanziare, attraverso la tassazione, lo Stato sociale, con l’unica eccezione degli Usa. Poiché la mano dello Stato interviene a sostegno delle persone offrendo una sanità pubblica, un’istruzione pubblica oppure una pensione pubblica, c’è minor necessità di un risparmio personale.

Non così nella società cinese dove lo Stato sociale è appena agli albori, cosa curiosa per un regime comunista. Basta guardare al sistema pensionistico. Oggi in Cina si va in pensione presto e la spesa pensionistica è pari appena al 5% del Pil. Di conseguenza, le pensioni sono molto basse e del tutto insufficienti. Per garantirsi un reddito futuro decente, le famiglie devono risparmiare molto durante tutta la loro vita. Tra l’altro, la Cina sta entrando nella trappola del declino demografico che vedrà a fine secolo la sua popolazione addirittura dimezzata. Considerazioni analoghe valgono per il sistema sanitario e per quello scolastico che sono molto spesso a carico dei privati.

Come risultato, la Cina è un paese comunista dove però la diseguaglianza è molto elevata, in ragione della mancanza di una rete di beni pubblici. Infatti il 10% della popolazione benestante possiede il 68% della ricchezza e il 43% del reddito, quasi come negli Usa dove le percentuali sono del 69% e del 46% (World Inequality Report 2026). Poiché in entrambi i casi lo Stato sociale è al lumicino, ecco che si apre il problema della diseguale distribuzione della ricchezza. Da questo punto di vista le due economie sono più simili di quanto si pensi, anche se da una parte abbiamo un capitalismo anarco-liberista e dall’altro un capitalismo di Stato.

La vera sfida per entrambi non è allora quella del commercio internazionale, pur importante, ma quella più profonda di passare a una forma evoluta di capitalismo democratico garantito dallo Stato sociale. Per gli Usa la strada sembra più facile perché il trumpismo può essere considerato un fenomeno passeggero di degenerazione politica. Per la Cina più difficile, perché molto probabilmente lo Stato sociale è incompatibile con un regime autoritario a partito unico.

L'articolo Bilaterale Usa-Cina, tra le due economie ci sono almeno due differenze che meritano attenzione proviene da Il Fatto Quotidiano.

read-entire-article