Benzina alle stelle, spettro “socialista” e l’ombra del declino di Trump: i nodi repubblicani alla Convention di Dallas

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È stata una Convention insolita. Una Convention che non doveva nominare un candidato, o elaborare una piattaforma, quanto piuttosto rilanciare le fragili speranze repubblicane per le elezioni di midterm, riportando l’attenzione degli elettori sull’agenda politica di Donald Trump e facendo risaltare i (presunti) successi della sua amministrazione. L’esito appare contraddittorio. Ecco i cinque principali elementi emersi nei due giorni di discorsi e incontri.

CONTRO I “SOCIALISTI”. CONTRO I “COMUNISTI” – “I comunisti potrebbero conquistare, e cambiare per sempre, l’America”. Le parole di Donald Trump, nel discorso inaugurale della Convention, hanno dato il tono all’intero evento, risuonando nei discorsi di molti di coloro che vi hanno preso parte. Secondo il segretario al Tesoro, Scott Bessent, il controllo democratico del Congresso equivarrebbe a “un inferno socialista”. Per il vice governatore del Texas, Dan Patrick, i dem avrebbero abbracciato “il socialismo, il comunismo”, trasformando queste elezioni un una lotta “della luce contro il buio”. È tipico di ogni campagna elettorale, e di entrambi gli schieramenti, sollevare dubbi e paure sullo schieramento opposto. Quanto fatto durante la Convention di Dallas appare però singolare. L’eventuale controllo del Congresso, da parte dei democratici, è stato dipinto come una trasformazione nel profondo dei valori e della società americana. “Non è più il partito di F.D.R. e di J.F.K. Non è più nemmeno il partito di Bill Clinton. È un partito di radicali ed estremisti”, ha affermato JD Vance nel suo discorso di Dallas. Gli attacchi non si sono limitati alla sola “minaccia rossa”, ma hanno riguardato anche l’altra grande minaccia spesso brandita dai conservatori: l’Islam. “La legge della Sharia non ha posto in America. Dobbiamo unirci e fermarla subito” ha spiegato, tra l’entusiasmo generale, il senatore del Texas Ted Cruz, alludendo a un’alleanza nascosta tra socialisti e islamisti. La strategia è apparsa comunque soprattutto un modo per far dimenticare i risultati non brillantissimi dell’amministrazione in tema di economia. Come dire: le cose non sono andate benissimo. Ma il rischio, nel caso di governo democratico, è ben maggiore.

ECONOMIA E COSTO DELLA VITA – Prima di partire per Dallas, Trump ha riconosciuto che il prezzo della benzina non è destinato a scendere prima delle elezioni. Del resto, il rialzo è collegato alla guerra in Iran, e anche qui le cose volgono al peggio. Fonti della Casa Bianca hanno fatto poi sapere che nelle ultime settimane JD Vance, Marco Rubio e altri funzionari hanno comunicato a Trump una possibilità finora scarsamente considerata. Non soltanto l’Iran non mostra alcuna volontà di cedere, ma sta anzi intensificando le sue operazioni militari. A questo punto la guerra potrebbe allungarsi fino ai primi mesi del 2028. Se a questo aggiungiamo altri dati raccolti negli ultimi giorni – in particolare, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, tre americani su quattro ritengono che l’economia sarà il tema centrale che condizionerà il loro voto – si capisce quanto il vecchio detto, “It’s the economy, stupid!”, sarà particolarmente vero il prossimo novembre. Da questo punto di vista, c’è poco che l’amministrazione possa dire o fare. Nel suo discorso di apertura alla Convention, mercoledì, Trump ha spiegato di essere impegnato “ad abbassare notevolmente i prezzi”, e che il tema della “affordability” è un’invenzione dei democratici. Improbabile che la strategia abbia successo. È lo stesso presidente, in fondo, a saperlo, tanto da aver tirato fuori la promessa dei 5000 dollari ad ogni americano adulto, nel caso il Congresso resti nelle mani dei repubblicani. È chiaro che la promessa è destinata a restare una promessa. Altri relatori dal palco, in particolare JD Vance e il figlio maggiore del presidente Donald Jr., non vi hanno praticamente accennato. L’economia, il costo della vita, sono destinati a pesare come un macigno sulle speranze elettorali del G.O.P.

TRUMP SULLA SCHEDA ELETTORALE – Non c’è ovviamente il nome di Donald Trump sulle schede che gli americani ricevono per le elezioni di midterm. “Immaginate che sia io in lista”, ha però proclamato il presidente dalla Convention di Dallas. L’idea è appunto quella di fare di questo midterm una sorta di referendum pro o contro il presidente. Del resto, nel passato, i repubblicani hanno ottenuto migliori risultati elettorali, ogni volta che Trump era in lizza. La speranza è che la cosa funzioni anche in questa occasione. A tutti comunque, repubblicani compresi, non sfugge il pericolo insito nella mossa. Con il 32/33% di gradimento, Trump è il presidente più impopolare della moderna storia americana. La sua discesa in campo – oltre forse a non riportare alle urne quella parte di popolo Maga che si è distaccata soprattutto per la gestione degli “Epstein Files” – rischia di allontanare gli elettori indipendenti, sempre più critici per il cattivo stato dell’economia, per la gestione della guerra in Iran, per il caos causato dalle aggressive politiche anti-immigrazione. Senza questo settore di elettorato, le elezioni non si vincono. La maggioranza dei repubblicani ha però deciso, ancora una volta, di affidarsi all’uomo che negli ultimi anni ne ha assicurato la sopravvivenza politica. La sera del 3 novembre, giorno delle elezioni, ci potrebbe essere un brusco risveglio. Se i sondaggi hanno ragione, l’antico, quasi magico potere di Donald Trump si sta lentamente dissolvendo.

IL MOMENTO DI JD VANCE – A nessuno è sfuggito un elemento importante emerso dalla Convention di Dallas. Di fronte a un presidente in calo di popolarità, e ormai in evidente declino fisico e cognitivo, il vice presidente JD Vance sta acquisendo un ruolo e una funzione sempre più significativi. Vance è stato accolto dalla folla al grido di “48, 48”, un riferimento alla possibilità che possa succedere a Trump nel 2028. Il suo discorso la seconda serata, subito prima di quello conclusivo del presidente, ha mostrato la capacità di adeguarsi ai temi più tipici della retorica populista trumpiana, ma ha al tempo stesso mostrato la capacità di allargare la visione alle questioni della famiglia, dei figli, della fede, proponendosi quindi come strumento nei restaurazione degli ideali e dei valori dell’America più profonda e conservatrice. Lui si è schernito, ha affermato che per ora “dobbiamo portare a termine il compito del midterm, poi penseremo al futuro”. Detto questo, la Convention di Dallas ha portato in primo piano la figura di Vance, facendone il candidato al momento più probabile per le presidenziali 2028. A questo, bisogna aggiungere una postilla importante. L’occasione della vita, per Vance, potrebbe arrivare prima del 2028. Lo stato fisico e mentale di Trump desta sempre maggiore preoccupazione. Il presidente appare pesante, con i movimenti rallentati, ormai preda di un’evidente scarsa stabilità mentale. Soltanto nel week end, ha pubblicato su Truth Social 37 tweet in cui, grazie all’AI, lo si vede cavalcare con George Washington o nei panni di qualche supereroe. Non è fantascienza pensare che, alla Casa Bianca, JD Vance potrebbe entrare già tra qualche mese.

IL “NODO TEXAS” – Non è un caso che la Convention si sia svolta in Texas. Il Texas è infatti il bastione ultimo e imperdibile per i repubblicani. Il democratico più criticato e bastonato durante la Convention è stato in effetti James Talarico, candidato al Senato del Texas contro Ken Paxton. Il vice governatore Dan Patrick ha affermato che “Talarico deve finire nella spazzatura della Storia” per le sue posizioni su immigrazione e religione. Secondo il governatore del Texas, Greg Abbott, Talarico “è contro il buon senso”. E Vance ha sbottato sul presunto woke del candidato dem: “Questo Talarico… non la smette più di dire che esistono sei generi. Non la smette di ripetere che Dio è non-binario’”. Gli attacchi hanno un senso molto preciso. I sondaggi danno Talarico ben posizionato nella sfida con Paxton. Una sua vittoria, nello Stato simbolo del potere repubblicano, non sarebbe una semplice vittoria. Sarebbe il segno inequivocabile del disastro.

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