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Il primo leader mondiale a recarsi a Beirut dopo la terrificante esplosione del suo porto commerciale, avvenuta il 4 agosto 2020, il presidente francese Macron, propose l’istituzione di un tribunale internazionale per l’accertamento della verità. La città era ancora devastata dalla più grave esplosione non atomica mai verificatasi al mondo: 220 morti, 6500 feriti, interi quartieri dichiarati inagibili. Ma l’allora Presidente del Libano, l’ex generale Michel Aoun, rifiutò l’idea, dicendo che altrimenti la verità sarebbe stata annacquata. Poi il magistrato inquirente, Tareq Bitar, cominciò un difficilissimo lavoro, che lo vide presto finire nel mirino della politica e il suo lavoro lungamente sospeso. Oggi, sei anni dopo, tutta la stampa libanese è piena della notizia ottenuta dall’agenzia francese AFP da fonti giudiziarie che il procuratore presso la Corte di cassazione avrebbe chiesto l’incriminazione dell’ex presidente, perché avrebbe saputo dell’enorme pericolo e nulla fece per impedirlo. Allora ricordiamo i fatti, prima di cercare di capire cosa possa significare un processo ormai dato per imminente.
Tutto comincia con la rocambolesca circumnavigazione del Mediterraneo da parte di una nave moldava diretta in Mozambico: risultava di un armatore russo, ma si registrò l’improvviso fallimento della proprietà. Il bastimento trasportava 2750 tonnellate di un potentissimo esplosivo, il nitratato d’ammonio. Correva l’anno 2013. Come sia accaduto che quel carico sia finito proprio a Beirut e custodito dentro un silos del porto commerciale di Beirut non è del tutto noto. Anche perché vi rimase proprio a lungo. Come mai?
È noto che a quel tempo il porto e l’aeroporto erano ufficiosamente controllati da Hezbollah. E in quegli anni era in corso la guerra civile siriana, nella quale Hezbollah era il principale sostenitore del regime di Assad, che ha sempre avuto ottimi rapporti con Mosca, che infatti nel 2015 intervenne a suo sostegno. Una certa parte di quel carico è stata utilizzata per fabbricare i famigerati barili bomba con cui Assad si difendeva lanciandoli indiscriminatamente contro la popolazione civile? È un’ipotesi che è stata sollevata da alcuni in Libano.
Di certo nel primo pomeriggio del 4 agosto 2020 quelle numerosissime centinaia di tonnellate di nitrato d’ammonio per un qualche motivo non noto esplosero, creando un qualcosa che ha ricordato un fungo atomico. A caldo le autorità portuali parlarono di un innesco causato da una scintilla che aveva toccato fuochi d’artificio in transito lì vicino.
Tutta l’inchiesta ha ruotato intorno al tema delle indispensabili complicità: conservare un simile carico per circa 6 anni in un porto commerciale non può accadere senza coperture. Il governo in carica si disse all’oscuro, molti rifiutarono di essere ascoltati dal giudice Bitar. E da quando, nel 2016, era stato eletto Presidente della Repubblica Michel Aoun, la maggioranza ruotava intorno ad Hezbollah, il maggior indiziato, e il partito del Presidente Aoun, figura di spicco nel mondo maronita e loro alleato. Protagonista durante gli anni terribili della guerra civile, Michel Aoun è stato al centro soprattutto della sua fase più turbolenta di quella guerra, quella finale, nella quale combatteva contro i siriani guidando uno dei due governi che si contrastavano nella seconda metà degli anni ‘80, un governo militare ma illegittimo, visto che il premier per prassi doveva (e deve) essere sunnita, come quello che rifiutò di dimettersi quando il Presidente della repubblica, Amin Gemayyel, designò arbitrariamente Aoun.
Dopo la guerra fu mandato in esilio, a Parigi. Rientrò dopo l’assassinio nel 2005 dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, per la cui uccisione il Tribunale Internazionale ha condannato operativi di Hezbollah, prendendo sempre più chiaramente posizioni a favore di Hezbollah e della Siria. I voti di Hezbollah furono determinanti per la sua elezione alla suprema magistratura repubblicana. Il suo partito è poi risultato il più votato per molti anni nel campo cristiano.
Il Libano, che da marzo è preso nella ricerca del ritiro israeliano dal suo sud occupato e del disarmo dell’unica milizia libanese rimasta in armi dai tempi della guerra civile (con il consenso di molti), cioè Hezbollah, ora sembra avvicinarsi alla scrittura di un capitolo nuovo della sua storia, il cui esito potrebbe essere decisivo proprio per centrare i due obiettivi.
Un ceto politico screditato e che governa nella paralisi del confessionalismo sovente clanico, sarà chiamato a guardare al proprio passato di silenzi, opportunismi e complicità. Non c’è solo il novantaduenne Michel Aoun, ma un sistema che ha portato il Paese alla bancarotta, con diversi gradi di responsabilità e anche fulgidi esempi di opposizione. Il Libano infatti, un tempo affluente, ha dichiarato default nel 2019.
Questa rinascita dello Stato oggi è difficile immaginarla senza la ricostituzione alla sua base di partiti interconfessionali. È questa la via maestra per arrivare al vero disarmo della milizia di Hezbollah, che per decenni ha espropriato il Paese della sua politica di difesa nazionale e alla formazione di una nuova cittadinanza.
La storia di Beirut è la storia di una città araba, mediterranea, occidentalizzata, secondo la nota definizione del grande intellettuale libanese, Samir Kassir. Dall’altra parte c’è la storia identitaria della montagna. Se Beirut, città di mare, quindi di incontro, tornerà a indicare la rotta del Paese di cui è capitale (e forse non solo) in buona parte dipenderà dal processo sull’esplosione del suo porto, l’infrastruttura che l’ha fatta grande dall’Ottocento.

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