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Berlino e Parigi stanno imprimendo un’accelerazione al dossier automotive, all’interno di un ragionamento complessivo sull’Industrial Accelerator Act, la legge europea di riferimento per l’accelerazione dell’industria. Di fatto, seguono i rilievi avanzati dal governo di Roma sia per rafforzare la competitività del settore automobilistico e salvaguardare i posti di lavoro di qualità, sia per contrastare gli alti prezzi dell’energia, la regolamentazione eccessiva e le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, condite dalla concorrenza sleale cinese.
Punto di partenza la consapevolezza, raggiunta però in ritardo, sull’appoggio a disposizioni più rigorose in materia di “Made in Europe”: limitando quei soggetti commerciali che possono beneficiare dello status di “partner affidabile” equivalente a quello dell’Unione Europea, sia gli appalti pubblici che sovvenzioni, passando dalle relazioni industriali, l’obiettivo è non consegnare l’industria europea ai super players esterni che stanno fagocitando settori nevralgici come l’automotive. La crisi in cui si trovano i maggiori gruppi tedeschi hanno purtroppo riflessi anche in Italia, per questa ragione il governo Meloni aveva già da tempo richiamato sull’esigenza di contrastare il piano dell’Ue volto a eliminare gradualmente le nuove auto con motore a combustione entro il 2035: passaggio su cui Berlino ha da subito concordato (e ora Parigi segue a ruota).
Ciò dimostra che si rende sempre più imprescindibile un accordo globale per rafforzare le difese industriali dell’Europa e rilanciare l’industria automobilistica del blocco. Ricordiamo che Volkswagen ha recentemente avvertito che dovrà tagliare 100.000 posti di lavoro in tutto il mondo: in questo senso si inserisce il dibattito animato dal gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei al Parlamento europeo che ha messo in guardia dalle conseguenze sociali che si stanno già manifestando in tutta Europa. Ad oggi la commissione valuta in 200mila la perdita di posti di lavoro, per cui Ecr chiede che la neutralità tecnologica si applichi anche ai carburanti al fine di non penalizzare settori come quello dei camion e del trasporto pesante. Tutto si lega, dunque, come il sistema Ets e il divieto di immatricolazione delle auto a combustione entro il 2035, per evitare di sostenere apertamente i concorrenti cinesi.
Nel 2026 il settore accusa un deficit di 6 miliardi di euro, mentre le ultime proposte della Commissione rischiano ancora di aprire ulteriormente il mercato europeo ai veicoli elettrici cinesi. Ad oggi il numero di punti di ricarica attende di essere triplicato per dare i servizi necessari ed una copertura adeguata, i modelli rimangono costosi, le emissioni di CO2 sono diminuite solo leggermente negli ultimi anni, gli obiettivi del Green Deal sono lontani e molti marchi europei sono in affanno: tutte spie di un malessere diffuso.
Le risposte Ue però appaiono frammentate: ad esempio la Commissione europea ha proposto uno stanziamento di 410.310 euro dal Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione per aiutare 235 lavoratori licenziati dalla Valmet Automotive, azienda finlandese produttrice di componenti per l’industria automobilistica. Un’azione, seppur utile, ma che è fglia del momento e non presenta un progetto ed una visione. Per cui il fronte comune di Francia, Germania e Italia potrebbe stimolare Bruxelles a correre ai ripari.

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