Approvata la nuova legge su cinema e audiovisivo: un evento storico che comunque nasconde rischi

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I maggiori quotidiani di giovedì 5 novembre non hanno dedicato grande attenzione a un evento che si può classificare – senza retorica – come “storico”, nella politica culturale italiana, sia per la decisione in sé (si scardina lo status quo), sia per le modalità con le quali questo risultato è stato raggiunto (sostanziale convergenza tra maggioranza e opposizioni).

Il Ministro Alessandro Giuli (FdI) ha evocato lo “stil novo” (non è la prima volta che usa questa formula), e certamente la nuova legge è dirompente, ma al tempo stesso rischiosa, perché la creazione della Agenzia per il Cinema e l’Audiovisivo rientra comunque in una delega piuttosto ampia che il Parlamento ha concesso al Governo, per una riforma complessiva dell’intervento dello Stato a sostegno del settore cinematografico e audiovisivo.

Di fatto, Agenzia a parte, il Governo ha 24 mesi per esercitare la delega per la riforma complessiva… ma quale Governo sarà, ancora non è dato sapere. La definizione ormai diffusa è “Legge Avati”, perché è stato il Maestro Pupi Avati ad essersi impegnato con passione e intensità e ostinazione nel promuovere l’iniziativa di una nuova struttura che sia sganciata dal Ministero della Cultura: la nuova Agenzia indipendente andrà a sostituire la storica Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, e godrà di una discreta autonomia dagli organi di indirizzo politico. Basti pensare che attualmente la Direzione è guidata da Giorgio Carlo Brugnoni, che paradossalmente è anche Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura (caso più unico che raro nella pubblica amministrazione italica, di impropria sovrapposizione tra gestione tecnica ed indirizzo politico).

Non è una norma di impianto rivoluzionario, ma di spirito riformista: un passo in avanti verso una maggiore indipendenza dalla politica, ovvero dall’esecutivo. Basti pensare che il Direttore deve essere nominato previo parere positivo della maggioranza di due terzi dei membri delle Commissioni Cultura della Camera e del Senato: sarà arduo imporre un candidato espresso solo dal Governo. Certo, non è garantita una autonomia come quella del modello di riferimento, Centre National du Cinéma et de l’Image Animée (Cnc), ma è comunque un apprezzato passo in avanti.

Sarà necessario scegliere manager tecnici di livello ed indipendenti, sarà necessario dotare la nascente Agenzia di professionalità adeguate, per affrontare le sfide più dure, a partire dall’invadenza continua dell’Intelligenza Artificiale anche nelle professioni creative.

Il merito dell’iniziativa va attribuito ad una pluralità di anime: a parte Avati (che ha stressato anzitutto la Segretaria del Pd, Elly Schlein, ma anche la Premier Giorgia Meloni), anzitutto al Presidente della Commissione Cultura della Camera Federico Mollicone (FdI) e al deputato Gaetano Amato del Movimento 5 Stelle (lui ha martellato sull’esigenza dei due terzi), così come di Matteo Orfini per il Pd. Un risultato eccellente, insomma, con una sintonia interpartitica rarissima, soprattutto in un clima preelettorale sempre più acceso ed acido.

Va segnalato che alcuni osservatori hanno notato che quest’onda non è stata cavalcata dall’attuale Sottosegretaria leghista alla Cultura, Lucia Borgonzoni, che anzi avrebbe quasi remato contro, perché in fondo ben soddisfatta dello status quo, ovvero di un sistema nel quale lei emerge da anni come vera e propria “domina”. C’è chi insinua che alcuni emendamenti (non accolti) vedano Borgonzoni come regista occulta ed addirittura che la richiesta di spostare al 1° gennaio 2029 l’operatività della nuova Agenzia (la legge prevede il 1° gennaio 2028) sia dovuto alla chance di costruirsi un paracadute nel caso di non rielezione in Parlamento, dato il trend calante di consenso della Lega Salvini.

In base ad una interpretazione della Legge Severino, un ex parlamentare non dovrebbe poter assumere incarichi in enti pubblici prima di due anni dalla scadenza del mandato. Malignità a parte, anche Borgonzoni, a legge approvata, ha manifestato il suo plauso, seppur obtorto collo. Intanto, nei prossimi giorni il Ministro Alessandro Giuli apporrà il proprio sigillo definitivo alla tanto attesa nomina delle nuove Commissioni consultive per il cinema e l’audiovisivo: grande è l’attesa per comprendere se si tratterà di personalità all’altezza o del solito “inciucio” partitocratico.

Va dato merito a Giuli di aver comunque promosso un bando di invito a presentare candidature, come usava fare il suo predecessore Dario Franceschini e come non aveva invece fatto l’ex Ministro Gennaro Sangiuliano, il quale ormai – dopo lo “scandalo tax credit” – considera l’italico settore cinema come un luogo di malaffare assoluto e propugna “meno ciak e più tac”.

Intanto si attendono, su fronti altri, il nuovo Codice dello Spettacolo dal Vivo (teatro, musica, danza, circhi…) che sta per essere licenziato dal Consiglio dei Ministri, e martedì prossimo 10 novembre verrà pubblicato il nuovo bando dedicato al cineturismo promosso dal Ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, che godrà di un budget significativo di 9 milioni di euro… Entrambi questi atti hanno sofferto di una gestazione per lo più “a porte chiuse”: il primo essendo frutto di una delega parlamentare al Governo ed il secondo senza nemmeno coinvolgere il massimo esperto italiano della materia, Michelangelo Messina, ideatore del termine stesso (“cineturismo”) e titolare del relativo marchio.

Ahinoi, siamo comunque abituati, nella politica culturale italiana, ad un governo che non brilla per vocazione alla conoscenza tecnica ed alla pubblica condivisione dei propri processi decisionali con le comunità di riferimento: anche per questo la nuova Legge Cinema e Audiovisivo – pur con i tutti i difetti del caso – brilla nel suo essere (apprezzabile) “eccezione” ad una (brutta) “regola”. Ce ne fossero di simili, di gestazioni normative.

L'articolo Approvata la nuova legge su cinema e audiovisivo: un evento storico che comunque nasconde rischi proviene da Il Fatto Quotidiano.

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