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La scienza produce conoscenza, la politica dovrebbe decidere in base alle conoscenze acquisite. Ma se queste suggeriscono decisioni che la politica non vuole prendere, si cerca di cambiare la scienza, anche ricorrendo a scienziati compiacenti, oppure si cerca di ritardare la diffusione delle conoscenze. Sono due modi diversi di sottrarsi al confronto con i fatti.
Il Guardian racconta che alcuni paesi, tra cui Arabia Saudita, Russia, Cina e India, stanno esercitando pressioni per rinviare al 2029 la pubblicazione del settimo rapporto dell’Ipcc, prevista per il 2028, in tempo per la Cop33: bisogna dare maggiore spazio agli scienziati dei paesi in via di sviluppo!
Paradossalmente, sono soprattutto le comunità scientifiche dei paesi più ricchi, tra i maggiori responsabili delle emissioni che alterano il clima, a studiare il cambiamento climatico. Hanno università, laboratori, reti di osservazione, satelliti, supercomputer e risorse necessarie per affrontare problemi di questa complessità. Gli scienziati dei paesi più poveri non sono meno partecipi perché sono meno capaci, ma perché non hanno le risorse per svolgere ricerche di questa portata. Come si fa a pretendere che sviluppino in pochi anni capacità scientifiche che nei paesi ricchi hanno richiesto decenni di investimenti?
Usare questa pretesa per ritardare la diffusione delle conoscenze già disponibili è un’ipocrisia, un pretesto per rinviare la pubblicazione dei risultati. Dietro una dichiarazione di equità, si nasconde una tattica dilatoria.
La scienza non funziona a maggioranza. Non sono i governi a decidere come funziona il clima, e neppure gli scienziati. Gli scienziati cercano di capirlo, formulano ipotesi, le verificano, le correggono se le osservazioni le smentiscono. La conoscenza scientifica è sempre provvisoria, ma ne sappiamo abbastanza da riconoscere le conseguenze delle nostre azioni.
Il riscaldamento globale è in corso. Le concentrazioni dei principali gas serra continuano ad aumentare, le temperature salgono, i ghiacci si ritirano, gli eventi estremi sono più frequenti o intensi in molte regioni. L’oceano accumula gran parte del calore in eccesso, con conseguenze che non riguardano soltanto gli organismi marini. Il caldo modifica la circolazione, la distribuzione delle specie, il funzionamento degli ecosistemi.
Non abbiamo bisogno del prossimo rapporto Ipcc per sapere che dobbiamo cambiare strada. I rapporti precedenti lo hanno già spiegato. Quello nuovo ci dirà quanto è peggiorata la situazione, quali previsioni sono state confermate, quali devono essere corrette, quali possibilità abbiamo ancora a disposizione. Ritardarne la pubblicazione rischia di indebolire le basi scientifiche dei negoziati internazionali e di offrire un ulteriore argomento a chi preferisce non decidere. Il rinvio fa comodo a chi vuole prolungare il predominio dell’economia fossile.
Ma c’è una questione più profonda. Continuiamo a considerare l’ambiente come una variabile dell’economia, mentre è l’economia a essere una parte del sistema ecologico. Prima vengono i processi naturali che rendono possibile la vita, poi le attività umane che dipendono da quei processi. Non è un’opinione politica, un’ideologia: è un fatto. La politica, invece, continua a ragionare come se la crescita economica fosse un obiettivo indipendente dalle condizioni che la rendono possibile.
Quando le conoscenze scientifiche mettono in discussione questo presupposto, diventano un ostacolo da aggirare. Ogni ritardo comporta ulteriori emissioni che si accumulano nell’atmosfera, rendendo più difficile e costoso contenere il riscaldamento e aumenta l’esposizione delle popolazioni ai suoi effetti. Rinviare le decisioni fa sì che soluzioni oggi praticabili a un certo costo richiederanno costi economici e sociali molto maggiori.
Il prezzo più alto non sarà pagato da chi dispone delle risorse per proteggersi: pagheranno le fasce più deboli della popolazione, nei paesi poveri ma anche in quelli ricchi. Chi vive in abitazioni inadeguate durante le ondate di calore, chi perde il raccolto per la siccità, chi abita in territori esposti alle alluvioni, chi non ha i mezzi per trasferirsi o per ricostruire dopo una catastrofe. Il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo, i ritardi amplificano le disuguaglianze.
Invocare una maggiore partecipazione dei paesi poveri alla produzione delle conoscenze provoca ritardi nelle decisioni, danneggiando soprattutto le popolazioni che vivono in quei paesi. Si pretende di difenderne il diritto a partecipare alla ricerca, mentre si rischia di compromettere il loro diritto a vivere in condizioni ambientali accettabili. Quei paesi, infatti, si oppongono al ritardo.
La scienza deve dare alla politica gli strumenti conoscitivi per scegliere, chiarendo quali conseguenze possiamo aspettarci dalle diverse scelte. La responsabilità delle decisioni appartiene alla politica, che dovrebbe assumersela davanti ai cittadini. Non si può scaricare sulla scienza la responsabilità di non aver deciso.
Rinviare la pubblicazione di un rapporto scientifico non rallenta il riscaldamento globale. Rischia, semmai, di ostacolare la possibilità di affrontarlo con cognizione di causa. E quanto più aspettiamo ad agire, tanto minori saranno le possibilità di intervenire efficacemente e tanto maggiori saranno i costi, soprattutto per chi ha meno responsabilità e meno mezzi per difendersi. Più si rinviano le decisioni a seguito delle conoscenze, più gravi saranno le conseguenze.
L'articolo Alcuni paesi premono per rinviare il settimo rapporto Ipcc sul clima. Ma la scienza non va a maggioranza proviene da Il Fatto Quotidiano.





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