Ai lettori

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Care lettrici e cari lettori,

la settimana scorsa, quando abbiamo dato la notizia dell’indagine della Procura di Napoli su Unipegaso e sui suoi rapporti con il mondo della pubblicità e dell’informazione, vi avevo promesso che vi avrei tenuti aggiornati. Anche perché nella vicenda risulto coinvolto anch’io, insieme a numerosi altri direttori e amministratori di giornali.

Come sapete, il giorno successivo il Fatto e un solo altro quotidiano, Il Domani, hanno pubblicato il contenuto di un decreto di perquisizione eseguito nei confronti di alcuni manager dell’università online, della società che la controlla e di un’importante società di lobbying e pubbliche relazioni. Nell’atto sono riportate anche diverse conversazioni telefoniche tra il numero uno di Multiversity, Fabio Vaccarono, direttori di giornali, manager e collaboratori. Comprese, come avevamo già scritto, alcune telefonate con me. Oggi, dopo aver fatto le necessarie verifiche, ho deciso di raccontarvi come sono andate le cose, almeno per quanto ricordo. Lo faccio qui, come ho già fatto durante una riunione di redazione trasmessa in diretta su YouTube.

La storia comincia nell’autunno del 2025. La Seif, la società editrice del Fatto, entra in contatto con Vaccarono. La nostra amministratrice delegata Cinzia Monteverdi e la società sono interessate al mondo dei corsi di formazione online, un settore che potrebbe portare nuovi ricavi. 
Il Fatto, in quel periodo, non naviga in buone acque. I bilanci sono in perdita, le vendite in edicola calano come le edicole, come per tutti i quotidiani, gli abbonamenti digitali hanno cominciato a crescere, ma non sono ancora decollati. La nostra società ha però fatto una scelta precisa: resistere. Non licenziare nessuno, non dichiarare lo stato di crisi, non ridurre gli orari e gli stipendi dei giornalisti.
Nel frattempo, la Scuola del Fatto sta cominciando a dare buoni risultati. E dimostra che la formazione online, una strada già percorsa da altre testate, potrebbe essere una delle chiavi per fornire un buon servizio alla collettività e per rimettere in ordine i conti.

È in questo scenario che arriva Multiversity. La nostra società si informa su Vaccarono. Ne ricava un profilo di manager stimato, che ha ricoperto incarichi di vertice in Google Italia e nel gruppo Repubblica. A differenza di altri potenziali partner, che avevano già bussato alla nostra porta, non risulta aver avuto problemi con la giustizia. Negli incontri, Vaccarono racconta che nel mondo delle università online ha trovato di tutto. Ma aggiunge che, da quando Multiversity è stata acquisita interamente da un fondo americano, ha avviato una profonda e difficile opera di pulizia. Sostiene anche che a Napoli, all’Unipegaso, la situazione era diventata talmente complicata da fargli temere persino per la propria incolumità.

Cinzia Monteverdi decide allora di presentarlo alla direzione del giornale, di cui faccio parte. L’incontro avviene tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Vaccarono fa una buona impressione a tutti. Dice di essere un lettore del Fatto, racconta che sua madre ne è una grande appassionata, propone una partnership nel campo della formazione e spiega come la sua esperienza in Google e nella pubblicità dei grandi quotidiani possa esserci utile. Con la società avvia inoltre un discorso per entrare in futuro e a titolo personale nel capitale del giornale. E soprattutto torna più volte su un punto: la sua missione, ripete, è fare pulizia nelle università online controllate da Multiversity e dal fondo americano.

Nei mesi successivi la società comincia a lavorare per concretizzare gli accordi. Io, condirettore del Fatto e direttore del sito, in quel periodo frequento meno la redazione romana. Sono tornato a vivere a Milano e scendo a Roma quasi esclusivamente per i miei impegni televisivi. Cinzia Monteverdi mi tiene però informato, nelle linee generali, sull’evoluzione dei rapporti con Multiversity.

Arriviamo all’8 giugno. Quel giorno le agenzie battono la notizia che Maria Rosaria Boccia è indagata per una presunta falsa laurea conseguita all’Unipegaso. Al Fatto, intanto, siamo alle prese con il caso Minetti, arrivato alla fase delle spropositate richieste di risarcimento. Io non sono in redazione. Verso le ore 20 Monteverdi mi chiede di parlare con Vaccarono, che vuole far conoscere la posizione della sua società sulle notizie riguardanti l’indagine sulla università online. Notizie che peraltro conoscevo poco proprio perché non ero al lavoro.
Vaccarono mi inoltra un comunicato stampa. Telefono a Roma per informarmi. E gli faccio sapere che verrà pubblicato un articolo di circa duemila battute, nel quale sarà poi riportata, com’era giusto e normale che sia, anche la posizione di Multiversity. Che in sostanza dice: siamo stati noi a denunciare le irregolarità, siamo noi a voler fare pulizia e così via.

L’articolo (che io non ho letto prima) verrà pubblicato sul quotidiano cartaceo, sul pdf del giornale e in automatico da mezzanotte in una sezione del sito riservata agli abbonati digitali, dove finisce la grande maggioranza dei pezzi senza passare dalla homepage. Il titolo, però, è piuttosto duro. Forse da querela. Accosta a Unipegaso e alla parola “cricca” il nome del precedente proprietario, Danilo Iervolino, già perquisito nell’ambito di un’indagine per associazione per delinquere. Solo leggendo successivamente le conversazioni riportate nel decreto scoprirò quanto quel titolo abbia irritato i vertici di Multiversity.

La mattina seguente, Vaccarono mi telefona. Mi chiede se sia possibile non mettere online l’articolo (che in realtà c’è già da alcune ore). Per me, in quel momento, anche alla luce del pezzo che abbiamo pubblicato, Vaccarono è il manager che ha denunciato le irregolarità, che si considera parte lesa e che sta cercando di ripulire la società. Insomma, ai miei occhi è il “buono” della situazione. Non ricordo esattamente le parole che mi disse in quella telefonata, immagino molto breve. Dal decreto apprendo ora che gli risposi “assolutamente” e gli dissi “non esce”. In realtà la prima cosa che faccio è un’altra. Decido di modificare il titolo, dando maggiore evidenza alle denunce della nuova gestione e al caso Boccia. L’articolo resta pubblicato per ore là dov’era, cioè nella sezione del sito riservata agli abbonati. Chiedo inoltre che venga deindicizzato dai motori di ricerca: un procedimento che però non produce effetti immediati.

Vaccarono, intanto, continua a pregare che l’articolo venga tolto. Scrive che hanno fatto pulizia e che, passate 48 ore, si parlerà solo di futuro; ricorda che hanno già denunciato molte persone. Tutti concetti che, a quanto leggo, sono già contenuti nell’articolo. Il manager però appare preoccupato perché sui social stanno arrivando commenti negativi. In effetti chi legge quei commenti non può conoscere la posizione della nuova proprietà, perché l’articolo, come ogni pezzo del giornale cartaceo, è riservato ai soli abbonati. Ma non basta, perché l’articolo, pur spiegando che la nuova Multiversity-Pegaso si dice parte offesa e che l’inchiesta è nata proprio dalle sue denunce, rischia di danneggiare anche noi che con Multiversity abbiamo avviato una partnership nel settore della formazione online.
Così, verso mezzogiorno, decido di chiudere la questione. Sapendo che il pdf del giornale contenente il pezzo resta comunque a disposizione degli abbonati e che a quell’ora molti di loro lo hanno già letto pure in versione nativa, lo faccio togliere dal sito. Anche, lo ammetto, per levarmi Vaccarono di torno. Poi avverto la direzione di Roma. In quel momento mi sembra la scelta più sensata, che ci evita anche il rischio di eventuali querele per l’uso della parola “cricca”.

C’è però una cosa che né io né i colleghi di Roma in quel momento sappiamo. 
Nell’articolo è stato citato un altro manager, perquisito insieme con Iervolino e altre persone. Un professionista che la Procura di Napoli considera un anello di congiunzione tra la vecchia gestione e quella nuova, guidata da Vaccarono e Multiversity. È un particolare importante. E credo che proprio da qui nasca tutta questa vicenda, almeno per quanto mi riguarda: dal non aver colto un’informazione che avrebbe potuto indurci già in quel momento a fare altre valutazioni, a porci ulteriori domande e forse a prendere decisioni societarie diverse.

Nel decreto di perquisizione della scorsa settimana si parla però anche di altro. I pm ipotizzano che tutti i giornali coinvolti (compreso quindi il Fatto) abbiano silenziato per un mese una notizia su un’altra perquisizione legata a Unipegaso avvenuta a inizio maggio. Il Fatto però, stando a quanto ho potuto verificare in questi giorni, di quella perquisizione avvenuta a Napoli non sapeva niente. Il nostro corrispondente dalla Campania l’ha scoperta solo l’8 giugno, quando ne ha scritto.

Per il resto, ho poco da aggiungere. Credo di aver risentito Vaccarono una sola volta, nel mese di luglio, e di averlo poi rivisto a settembre sul palco alla festa del nostro giornale alla Versiliana. A luglio mi telefonò per dirmi che il loro ufficio legale aveva ricevuto chiamate da colleghi del Fatto. Bastò una verifica per capire che non era vero. Ricordo che in redazione ipotizzammo persino che quella voce fosse stata messa in circolazione, assieme ad altre notizie, da qualche concorrente interessato a far saltare i nostri accordi con Multiversity.

Naturalmente quella che vi ho raccontato è una ricostruzione sintetica, fatta senza conoscere gli atti a cui il decreto di perquisizione della scorsa settimana rimanda, ma sufficiente per farvi capire come sono andate davvero le cose dal mio punto di vista.

Detto questo, continuo a pensare che quando emergono ipotesi di reato, i pubblici ministeri abbiano non soltanto il diritto, ma anche il dovere di indagare su chiunque. Anche su di me. E chi dirige un giornale, proprio perché ogni giorno pretende trasparenza dagli altri, deve essere pronto a offrirla quando le domande riguardano lui.

L'articolo Ai lettori proviene da Il Fatto Quotidiano.

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