AI, investimenti e buona governance. Le tre sfide della farmaceutica italiana

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La farmaceutica italiana è qualcosa di più di una semplice industria, è un motore di crescita e competitività dal quale l’Italia non può e non deve prescindere, specialmente in tempi di grandi e sistemiche tensioni geopolitiche, dunque economiche. L’occasione per ribadirlo è arrivata con la seconda edizione dell’evento presso Villa Spalletti Trivelli, a pochi passi dal Quirinale, Il valore strategico dell’industria Life Science, promosso e organizzato dalle riviste Formiche e Healthcare policy. Dopo il successo della prima edizione, l’obiettivo è stato sempre lo stesso, proseguire il dialogo sul valore strategico dell’industria life science, un comparto capace di coniugare innovazione, sviluppo economico e occupazione qualificata, rafforzando la leadership industriale del Paese.

L’Italia può in tal senso contare su un ecosistema di ricerca e sviluppo di rilievo, ma continua a scontare una burocrazia farraginosa che rappresenta un freno per le imprese e un disincentivo per gli investitori esteri. Frammentazione normativa, tempi autorizzativi lunghi e difficoltà di accesso ai finanziamenti riducono l’attrattività del sistema rispetto ad altri contesti europei e globali. Per questo occorrono pianificazione e visione di lungo periodo si confronta così con ostacoli regolatori che rallentano innovazione, accesso e trasformazione della ricerca in produzione.

Il tutto, ovviamente, non può prescindere da due variabili. Prima, la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina che incide sulla sicurezza delle forniture e sulla disponibilità di materie prime in Europa. Seconda, il fatto che negli anni le imprese sono state chiamate a sostenere la tenuta del sistema sanitario attraverso il payback farmaceutico che, pur nato per contenere la spesa pubblica, ha inciso negativamente sull’attrattività del mercato italiano. In assenza di una governance chiara e di un tetto sostenibile e prevedibile, il rischio è compromettere la competitività del Paese rispetto a mercati europei più stabili.

Argomenti e problematiche su cui si sono confrontati, moderati dalla direttrice di Healthcare policy, Ilaria Donatio, i rappresentanti del mondo produttivo e della politica. Tra questi Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, Francesco Zaffini, presidente della Commissione Affari Sociali, Sanità e lavoro pubblico e privato e previdenza del Senato, Alfredo Conte, vice direttore generale per la politica commerciale internazionale presso la Farnesina, Giorgio Ghignoni, corporate vice president Scientific affairs and public affairs di Diasorin, Elena Murelli, membro Commissione Affari Sociali del Senato, Paolo Saccò, vice President Global Public Affair di Chiesi, Marina Sereni, responsabile salute e sanità del Partito democratico, Claudia Biffoli, direttore divisione biotecnologie e farmaceutica presso il Mimit, Andrea Costa, Esperto Pnrr – Missione 6, presso il ministero della Salute, Cesare Pozzi, professore di economia industriale alla Luiss, Frederico Da Silva, vice president&general manager Gilead Sciences, Riccardo Samele, director market access Italy per Regeneron e Renato Loiero, consigliere economico del premier.

E proprio il leader degli industriali del farmaco Cattani ha dato il là ai lavori. “Credo che non ci sia più alcun dubbio sul valore diretto e indiretto delle scienze della vita. Il tema non è la strategicità della farmaceutica, la diamo per scontata. Il punto è cosa fare e come proteggere questo grande asset”, ha premesso Cattani. “Serve un disegno ampio, profondo, ben congegnato. Un obiettivo, quello di recuperare posizioni perdute, penso per esempio alla Spagna che ci ha superato, che è anche un imperativo. Non bisogna mai dimenticare che le imprese farmaceutiche continuano a svolgere un ruolo determinante nello sviluppo della ricerca clinica, contribuendo in modo decisivo alla realizzazione degli studi e all’accesso dei pazienti a terapie innovative. Ma i dati ci dicono anche che esiste ancora un grande potenziale da valorizzare E allora, cosa ci serve?”.

“Tanto per cominciare la semplificazione, di cui l’industria farmaceutica non può fare a meno. Oggi la macchina è complessa e lenta, non si parla mai abbastanza di dimensione competitiva. Per questo abbiamo difficoltà crescenti nel mantenerci attrattivi. La ricerca clinica, dunque, non è solo una tutela di un diritto, ma un motore enorme di attrattività e di valore aggiunto. Insomma, bisogna rendere efficiente la macchina burocratica, una questione che non è più rimandabile”. Secondo Cattani, inoltre, “occorre completare una governance farmaceutica, che contempli il superamento del meccanismo del payback, secondo il quale il privato paga per il pubblico. Ecco quindi che mi rivolgo al governo, alla voce del governo, affinché si faccia portavoce in Europa di una stessa visione che sia uguale per tutti. La scelta per il nostro sistema industriale è tra crescere e restare al passo o andare incontro al declino. E finire, inevitabilmente, schiavi di altre economie”.

La parola è passata poi alla politica invocata da Cattani. “La nostra industria, quella farmaceutica, dà un contributo all’export che è un po’ un primato nazionale, anche in termini di Pil. Premesso questo, però, la forza industriale del farmaco è una realtà non garantita per sempre, va preservata e bisogna lavorare perché resti quella che è”, ha sottolineato Zaffini. “Il contesto internazionale è cambiato, il nostro principale partner, gli Stati Uniti, corre sugli accessi, sull’innovazione. E di questo non possiamo non tenere conto, l’Europa non deve guardare alla quantità, ma alla qualità”. Zaffini ha sottolineato come l’Italia continui a scontare ritardi importanti nei tempi di disponibilità delle nuove cure. Problematica è stata evidenziata anche nel recente riordino della legislazione farmaceutica a livello europeo.

“Per affrontare questa sfida occorre un approccio sistemico e coordinato, capace di coinvolgere tutti gli attori coinvolti nel processo. Nella consapevolezza che l’industria farmaceutica rappresenti oggi uno dei settori più avanzati del sistema industriale nazionale. L’industria farmaceutica rappresenta infatti un presidio fondamentale per la salute pubblica, un motore di ricerca e innovazione, un generatore di occupazione qualificata e un fattore moltiplicatore di competitività per l’economia italiana nel contesto internazionale”. Immancabile, poi, un passaggio sull’Intelligenza Artificiale, la grande rivoluzione che tocca anche la farmaceutica.

“L’Intelligenza Artificiale, sia nella fase di prevenzione che in quella di cura, deve essere un ausilio, non potrà mai sostituire il personale medico. Non potrà farlo né nella diagnosi, nella prognosi né nella terapia. Su questo, evidentemente, bisogna vigilare attentamente. Questi strumenti fra i quali l’Intelligenza Artificiale, il governo dei dati e la sicurezza dei percorsi per accedervi, nella sanità a differenza di altri temi è molto importante che restino di supporto ai professionisti ma sempre con un controllo e una regolamentazione che dobbiamo definire”. Per questo, ha concluso il senatore Zaffini, “occorre tutelare la sovranità dei dati sanitari e l’impegno del governo è quello di velocizzare i passaggi per realizzare una governance che ci consenta di utilizzare i dati che debbono rimanere di proprietà dello Stato”.

Ancora nel solco della politica, Murelli ha ribadito “il valore strategico dell’industria farmaceutica. La discussione si concentra troppo spesso sulla spesa sanitaria. Invece dovremmo allargare lo sguardo e guardare alla grande leva che questa manifattura offre all’Italia, non solo in termini di Pil. Ma per valorizzare questo patrimonio, dobbiamo comprendere il valore complessivo del sistema. E il primo passo e porre fine alla frammentazione del sistema regolatorio che oggi scoraggia chi vuole venire a investire in Italia. Ed è compito della politica creare le condizioni perché questo avvenga”. Dalla Farnesina, Conte ha toccato invece temi quali la sicurezza nazionale e delle catene di forniture. “La sicurezza degli approvvigionamenti può essere garantita se affrontata a livello europeo, in un’ottica di diversificazione: dipendere da un solo mercato può essere molto pericoloso. Le esportazioni di farmaci negli ultimi anni sono cresciute del 350%, questo vuol dire che i fornitori non mancano. Dunque, serve una politica commerciale visionaria, che ricerchi aree di mercato diverse tra loro. L’Italia, in ambito europeo, è ascoltata su questi temi, più di quanto si creda”.

La parola è poi passata ai manager del farmaco, a cominciare da Ghignoni. “L’innovazione è la chiave di volta della nostra industria. L’Intelligenza Artificiale, per esempio, ha trasformato la diagnostica, dal profondo. Ora, quanto siamo in grado noi come Paese di sviluppare queste innovazioni? Difficile dirlo, però rilevo che spesso manca una collaborazione profonda tra aziende e accademie, per esempio, come avviene invece negli Stati Uniti”. Ghignoni si è poi soffermato sulla spietata concorrenza cinese. “La Cina non ha solo una gigantesca capacità di innovare nel farmaceutico, ma anche forme di protezione molto efficaci e questo rende molto difficile per le aziende occidentali investire lì. Questo ci impedisce di avere, nei fatti, un controllo dello stesso export cinese. Per questo adesso dobbiamo trovare il modo, parlo dell’Italia, di promuovere l’innovazione, attraverso un dialogo costante e costruttivo con le istituzioni”.

Ancora un manager, Saccò, ha toccato il tema dell’autonomia strategica europea. “Il 50% del mercato europeo dipende dagli Stati Uniti e questo vuol dire che lo stesso mercato dipende da un mercato, quello americano, che noi non controlliamo. Senza considerare che abbiamo perso leadership: gli Usa guidano la classifica, seguiti dalla Cina, questo ci dice che l’Europa sta perdendo terreno, competitività sistemica e industriale. Per una startup lanciare un prodotto in Ue vuol dire cominciare a dialogare con 27 Paesi diversi. Questo ci dà la cifra della situazione. Dunque, quando si parla di autonomia strategica, bisogna tenere presente tutta una serie di fattori che oggi ci impediscono di raggiungere quella autonomia che invece altri mercati hanno”. E sempre un manager, Da Silva, ha sottolineato come “per dare piena centralità al settore salute è necessario partire dall’innovazione. Ma l’innovazione esprime pienamente il proprio potenziale solo quando è effettivamente accessibile ai pazienti. Le terapie avanzate ci mostrano che senza modelli sostenibili anche le soluzioni più rivoluzionarie rischiano di non arrivare a chi può beneficiarne. Serve quindi un cambio di prospettiva: considerarle non come costi, ma come investimenti”.

Per Samele, invece, “l’Italia ha tutte le carte per rafforzare il proprio ruolo nelle life sciences: qualità della ricerca, competenze cliniche ed eccellenze industriali sono asset riconosciuti a livello internazionale. Per trasformare questo potenziale in attrattività reale servono però segnali chiari sul piano regolatorio e industriale: maggiore prevedibilità delle regole, tempi più competitivi nei processi autorizzativi e un quadro stabile di valorizzazione dell’innovazione. In un contesto globale sempre più competitivo, stabilità, semplificazione e chiarezza rappresentano oggi fattori decisivi per attrarre investimenti, ricerca e sviluppo”.

Con Sereni il discorso è tornato alla politica. E qui ha ripreso vigore la discussione sul payback. “Sono d’accordo che si debba superare tale meccanismo, ma farlo a saldi invariati può essere rischioso, se non altro perché significa far saltare le regioni, le quali gestiscono la sanità. Mi pare evidente che si debba riflettere su come superare il payback“. Più in generale, “servono più investimenti: sul personale, sulla sanità di prossimità ovvero su prevenzione, famiglie, salute mentale, serve, in sostanza, un cambio di paradigma, non più l’ospedale al centro ma il territorio, con un investimento ulteriore sull’innovazione tecnologica per dare risposte anche alle aree più svantaggiate”.

Loiero ha poi affrontato il tema dei diversi ecosistemi nei quali l’industria farmaceutica è oggi chiamata a muoversi. “Abbiamo sistemi autocratici, a base di capitalismo di Stato e sistemi più aperti, quali il G7. Detto questo, le scienze della vita sono per il governo un dossier strategico, che abbisogna di due strategie: politica estera e politica industriale. In mezzo c’è la questione regolatoria, inclusa la questione, più volte menzionata in questa mattinata di dibattiti, del payback“. Anche il Pnrr ha fatto capolino nel corso dei lavori a Villa Spalletti Trivelli. Qui la parola è passata a Costa, per il quale “non c’è dubbio che siamo dinnanzi a una grande opportunità, quella di ridisegnare un sistema sanitario che si prenda cura ancor più della persona. C’è un tema di decisioni politiche che debbono allinearsi ai tempi della ricerca. Dobbiamo sempre ringraziare coloro che investono in ricerca, che consentono di allungare la nostra speranza di vita. Però, siamo al contempo consapevoli che il nostro sistema sanitario nazionale, invidiato in tutto il mondo, è malato ma non terminale”.

L’economista Pozzi ha focalizzato il suo intervento su un certo autolesionismo europeo. “In Italia c’è un ecosistema industriale che può però perdere potenza se non viene sufficientemente accompagnato. Il punto è che forse qui non abbiamo ben chiaro che cosa sta succedendo nel mondo. Cina e Stati Uniti non hanno capito perché l’Europa si sta facendo del male da sola, ma ne prendono atto, andando avanti per la loro strada. Siamo un Paese bellissimo, che ha un sacco di conoscenza, ma ce la stiamo perdendo per strada”. Una conclusione è arrivata con Biffoli. “Un indirizzo di politica industriale per il farmaceutico è certamente il trasferimento di tecnologia. Ma, più in generale, noi abbiamo avviato per tutti i dossier europei un’ottima collaborazione con l’Europa e questo non è scontato. La competitività del comparto è fondamentale non solo per la salute ma anche per la sostenibilità sistemi sanitari e per la crescita del sistema industriale”.

 

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