A proposito della disputa fra il Vaticano e la Casa Bianca. Gli appunti di Franco Carinci

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È scoppiata come ben prevedibile una furiosa reazione qui in Italia condivisa da tutte le forze politiche, alle parole ritenute altamente offensive pronunciate da Trump nei confronti di Leone XIV, per le condanne dure e ripetute pronunciate nei confronti delle guerre in atto. Reazione ovvia in un Paese che ha l’orgoglio di ospitare a Roma il centro stesso della Chiesa Cattolica, facendone una capitale religiosa unica; e che è completamente immerso se non sempre nella fede, certo nella tradizione cattolica, venuta a forgiarne la sua stessa identità. Ma attenzione, se si guarda oltre Alpi, è facile accorgersi che il Papa non è affatto il capo della cristianità, perché quest’ultima a partire dal Cinquecento si è scissa, dando vita a numerose famiglie di protestanti, dai luterani agli anglicani, dagli ugonotti ai calvinisti, poi moltiplicatesi ulteriormente nei secoli seguenti, fino agli evangelisti in larga diffusione in entrambe le Americhe. Caratteristica precipua dei protestanti è quella di negare qualsiasi autorità religiosa al Papa, come intermediario fra Dio e l’uomo, sostituito da un rapporto diretto con la Bibbia, sicché il vescovo di Roma, se pur non più contestato duramente, viene visto a mezzo fra il capo di uno Stato, il Vaticano, e una voce influente per il numero dei suoi fedeli.

Se a venire in considerazione sono gli Stati Uniti, pare possibile considerarlo più che un Paese laico, un Paese plurireligioso, dove l’esistenza di Dio è data per scontata dalle sue massime autorità, tanto che i Presidenti giurano sulla Bibbia, il libro sacro dei protestanti, che costituiscono la larga maggioranza dei credenti. Secondo stime approssimative, mentre le percentuali dei protestanti oscillano fra il 45% e il 50%, quelle dei cattolici si fermano al 19%, ma con una caratteristica comune, per quanto criticabile e contestabile sia una singola presidenza, rimane largamente ferma l’identificazione con il proprio paese. Ne segue che riesce notevolmente ridimensionata la prevedibile ricaduta sull’opinione pubblica americana di una disputa fra il suo Presidente e il Papa, se pur enfatizzata a tutto spiano dai mass media democratici, in vista dell’elezioni di midterm. D’altronde, vista la posizione sempre più rigidamente pacifista assunta da tutti i pontefici dal secolo scorso ad oggi, a prescindere dal colore dei Presidenti americani in carica – dal Vietnam alla prima guerra del Golfo, dalla seconda guerra del Golfo alla guerra in Iran e in Libano – le condanne piovute dal Vaticano su Washington hanno costituito una costante. La novità è stata questa volta non quella di ignorare la reprimenda vaticana, considerandola tanto scontata quanto irrilevante, ma di contrastarla, sostanzialmente accusando il Pontefice di fare una pessima politica estera.

Si è obiettato che il Pontefice non fa politica estera, ma si limita a predicare il Vangelo. Ma questo pacifismo senza se e senza ma, con ad unico imputato Trump è chiaramente politico, anche se lo si giustifica in nome del Vangelo, testo rivoluzionario per antonomasia, che, mi permetto di aggiungere da semplice lettore, quando parla di pace, parla di pace interiore, come ben testimonia quel passo del Vangelo di San Giovanni: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io ve la do”.

Una volta esaurita la giusta indignazione per le parole di Trump, si deve cercare di capirle, dettate come sono dalla frustrazione di un uomo che pensa di condurre una battaglia essenziale proprio per la conservazione futura della pace. Nonostante che si continui a dire che Trump non conosca lui stesso il motivo dell’intervento o, ancor peggio, lo conosca ma è di puro interesse personale, di fatto ha detto e dice da sempre che vuole impedire all’Iran di possedere la bomba atomica. Tanto è vero che, a stare alle voci provenienti da Islamabad, la rottura sarebbe avvenuta proprio sulla durata del tempo di congelamento dell’arricchimento dell’uranio: venti anni volevano gli americani, cinque anni erano disposti a concedere gli iraniani. Ci si può girare intorno finché si vuole, ma alla fine bisogna dar risposta ad una domanda. Dando per scontato che se non oggi, in un prossimo domani, l’Iran sarà in grado di realizzare una bomba atomica è giustificato a farsene carico fin d’ora? Il fatto è che l’Iran non solo è un regime teocratico sanguinario – che già di per sé giustificherebbe un intervento umanitario da parte della stessa Nato, come fatto in Serbia con riguardo alla repressione in Kossovo – ma una vera e propria centrale del terrore, che gestisce attraverso le aggressioni dei suoi proxy e le minacce delle sue cellule dormienti. Una volta che sembrava in vista una stabilizzazione del medio-oriente tramite il Patto di Abramo, ha fatto scattare il massacro del 7 ottobre, da cui tutto ha avuto inizio, a cominciare dalla sistematica distruzione di Gaza.

Un Iran con la bomba atomica darebbe vita ad un continuo equilibrio del terrore con Israele, capace di scappare di mano, scatenando una guerra ben difficilmente contenibile nell’ambito regionale; ma, comunque, comporterebbe non una semplice egemonia ma una sovranità sostanziale sull’intera area strategica costituita dai paesi del Golfo. Non per nulla proprio questi paesi non solo alleati degli americani, ma premono proprio per impedire all’Iran di divenire una potenza nucleare.
Mi interessa qui mettere in evidenza l’esistenza del problema, senza perdermi nella selva delle soluzioni ritenute possibili: l’intervento dell’Onu, della Nato, di una alleanza di volenterosi, la via diplomatica, la politica delle sanzioni. Mi chiedo solo se alla fine, quando ogni altra strada si sia rivelata impraticabile, sia giustificabile una iniziativa bellica; e se, nella perdurante paralisi di chi se ne dovrebbe far carico, sia comprensibile una guerra condotta da chi è in grado di farlo.

La risposta di un pacifismo intransigente sarebbe del tutto negativa, ma come tale comprensibile solo in una dimensione escatologica in cui finisce inevitabilmente per condannarsi la Chiesa, pur dando l’impressione di voler operare dentro l’attualità. La storia del pacifismo integrale è stata spesso ambigua, come insegna la lezione ben nota di Monaco, su cui risuona ancora la lapidaria frase di Churchill, “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.

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