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«Non dobbiamo immaginare una politica totalmente libera da certe dinamiche: la politica è fatta anche di equilibri di interessi, di sicurezza, di relazioni di potere. Il problema è quando la politica è solo questo». Il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha chiuso mercoledì sera il 47° Meeting di Rimini partendo da questa premessa, non proprio morbida, che è anche la chiave con cui il patriarca latino di Gerusalemme legge l’attuale momento storico. «Abbiamo visto in Medio Oriente, ma non solo, che la narrativa emergente è quella della forza, della potenza, non soltanto dal punto di vista militare».
L’agenda emersa finora dai giornali lo conferma. Il piano in quindici punti del Board of Peace è fermo, con Netanyahu che lo ha respinto pubblicamente il 9 agosto, ribadendo che l’Idf non si ritira finché Hamas non consegna tutte le armi, mentre Hamas subordina il disarmo al ritiro, i raid sulla Striscia continuano e sullo sfondo incombono le urne israeliane del 27 ottobre e quelle americane di novembre. Il 18 agosto Donald Trump ha postato su Truth una cartina dello Stretto di Hormuz con sopra la scritta «New US Territory», nuovo territorio americano, dopo che dal febbraio 2025 ripete che Gaza andrebbe consegnata agli Stati Uniti a fine ostilità. Una prospettiva in cui, come ripete il cardinale, il bene comune quasi non sembra esistere.
«Si è perso il senso del bene comune, e sembra che quello che deve guidare le istituzioni politiche sia semplicemente ciò che è buono per sé». Il che riguarda non solo i politici ma anche gli stessi pastori. «Non possiamo solo scaricare o delegare ai politici di fare la loro parte. È compito anche nostro ricordarlo. Giovanni Battista diceva a Erode: non ti è permesso».
Da lì un passaggio particolarmente significativo. «Si dice “il dialogo tra le religioni”: io non sopporto questa espressione. Le religioni sono un astratto, le religioni non parlano. I credenti parlano». Finora infatti, ha spiegato, il dialogo interreligioso a suo avviso «è stato un po’ di élite, tra le varie élite cristiane, ebree, musulmane», e proprio per questo alla prova della guerra si è rivelato inconsistente. «Non è arrivato tantissimo alle nostre comunità, resta riservato solo al rabbino, al prete o all’imam». Autocritica inclusa, visto che il porporato è membro nel Dicastero vaticano per il dialogo interreligioso. «Bisogna farle, quelle cose, ma restano lì».
L’alternativa che propone è di «creare occasioni a livello di territorio, dove le comunità si incontrano, perché lì nasce e si crea anche qualcosa di bello e di diverso». Con un criterio di ammissione: «Voglio incontrare rabbini o imam che a loro volta abbiano una comunità, perché se tu hai una comunità parli in maniera diversa rispetto a uno che rappresenta solo se stesso». E una data che ha segnato uno spartiacque: «Dopo il 7 ottobre, dopo la guerra di Gaza, non possiamo più tornare a quello che era prima, come se nulla fosse accaduto. Ci sono state tante ferite tra noi, tante incomprensioni con le quali dobbiamo fare i conti».
Come si tiene viva allora la speranza? «Non dobbiamo identificare la speranza con una soluzione», ha risposto Pizzaballa a uno studente del Kansas arrivato a Rimini con il suo gruppo di Gioventù studentesca, il movimento giovanile di Cl, che sul palco dell’evento, moderato da Alessandra Buzzetti, lo ha interrogato insieme ad altri tre ragazzi. Per il cardinale, sebbene soluzioni all’orizzonte non se ne vedano, la speranza «nasce dall’interno, dal cuore». Poi il racconto della visita di giugno all’università di Gaza City, dove ha trovato oltre seicento studenti intenti a ripulire quel che restava degli edifici per riprendere gli esami. In quell’occasione, ha raccontato il porporato, non ha ricevuto nessuna domanda sulla guerra, mentre un ragazzo musulmano aveva preparato la sua in latino. «Dissi che per noi cristiani è costitutivo il rifiuto di ogni forma di violenza. Non ho fatto in tempo a finire la frase che si sono alzati di scatto, tutti in piedi ad applaudire». Ragazzi che hanno perso casa e familiari: «finché ci sono persone così, c’è ancora speranza». Sul resto, «la preghiera non cambierà la geopolitica del Medio Oriente, ma cambierà il mio sguardo su quella geopolitica».
Poi è salita sul palco l’altra guerra, quella in Ucraina, con la domanda di un liceale riminese di origini ucraine che non può andare a trovare i nonni a Kryvyi Rih senza rischiare l’arruolamento. «La guerra distrugge, ma anche ruba: ruba ai giovani gli anni più belli della loro vita, quando non toglie loro la vita», dice il cardinale. È il fronte su cui la Santa Sede si sta muovendo in questi giorni, con monsignor Gallagher in missione a Mosca e il cardinale Zuppi, che come Pizzaballa dal Meeting ha parlato di «cultura della potenza» e di diritti calpestati in Cisgiordania, conta di tornare in Russia entro fine settembre, dopo il viaggio ucraino di luglio, sempre sul terreno umanitario dei prigionieri e dei bambini deportati. A Pizzaballa, però, tocca una geografia più scomoda, come ha confessato di avere detto all’arcivescovo di Kharkiv Pavlo Honcharuk, anche lui in Fiera nella stessa giornata per un incontro sul conflitto russo-ucraino: «Tu hai i tuoi fedeli militari da una parte sola, io li ho da tutte e due le parti», soldati cattolici delle forze armate israeliane e parrocchiani di Gaza. L’unica consegna che si sente di dare a chi è al fronte è di non lasciarsi riplasmare dalla logica bellica: «restare vivo nella tua coscienza vuol dire soffrire, vuol dire stare male, ma è necessario, perché se smetti di stare male dentro quelle dinamiche vuol dire che hai già perso».
C’è poi il capitolo che per lui ha avuto un costo maggiore. Quel passaggio scritto sulla purificazione della memoria, ha ammesso, «è uno dei punti più contestati della mia lettera» pastorale pubblicata lo scorso aprile, dal titolo “Tornarono a Gerusalemme con gioia”. Per il cardinale, ha spiegato, l’intento non è di cancellare il passato ma di impedire che la lettura del proprio dolore diventi legittimazione della violenza: «dobbiamo consegnare alla generazione seguente non un passato cancellato, ma un passato redento». Un lavoro che riguarda scuole, moschee, sinagoghe e chiese, e prima ancora le case, perché «il primo luogo dove si impara la storia è la famiglia». Perché se insieme al racconto dei genitori passa anche il rancore, «quella è una memoria tossica».

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